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Vorrei andare via. Partire. È uno stato d’animo che, periodicamente, si ripropone. Uno stato d’animo diffuso. Abbastanza comune. Che affiora anche nelle nature più pigre. Nei sedentari cronici.

Ed è ovvio che, in questi mesi di forzata clausura domestica – nella quale dura è la solitudine, e sovente ancor più dura la coabitazione in poco spazio – venga voglia di andarsene. Di fuggire…

Già… ma verso dove? Perché non si tratta di una voglia di viaggiare verso un luogo preciso. Una meta. È uno stato d’animo. Non la velleità del turista più o meno organizzato. Più o meno Alpitour…

Vorrei andare… altrove. Ecco. È questa la parola che cercavo. Altrove. O, meglio ancora, l’altrove… Un luogo indefinito. E indefinibile. Se vogliamo l’Isola che non c’è. Perché ovunque tu possa giungere, si trova oltre. In un orizzonte indefinito. Interminati spazi… L’emozione di Leopardi mentre la fantasia naufraga dolcemente…

È come se in noi, uomini civilizzati – non civili, però, che è ben altra cosa – pigri, sovente indolenti, abitudinari e sedentari, si nascondesse una sorta di vecchio demone Inquieto. O, più esattamente, lo spirito di un remoto progenitore. Un cacciatore che inseguiva i branchi di prede da cui dipendeva la sua sopravvivenza. Alci, lupi… Mammut…

Nel profondo riposa il nomade. È l’altra opzione. L’alternativa che abbiamo scartato nel tempo. Scegliendo la vita dello stanziale. Del sedentario. Perché più sicura. O, per lo meno, più rassicurante. E comoda. Almeno in apparenza. Perché proprio questi mesi stanno drammaticamente dimostrando che quello che consideravamo il nostro luogo sicuro, il nostro regno si può trasformare, in un attimo, in un incubo. In una cella angusta e asfittica.

D’altronde è una scelta che abbiamo fatto in epoche remote. Abbiamo scelto Caino. Anche se Abele, il pastore nomade, era più gradito a Dio. Perché il nomade vive sulla Terra, ma non pretende di averne il possesso. E non è legato dalle cose. Libero di muoversi. Senza confini. In fondo, senza limiti. Esteriori ed interiori.

Bruce Chatwin ha saputo più di chiunque altro interpretare l’estetica di quella che chiamò “L’alternativa nomade” . Perché negli ampi spazi e nel muoversi sempre senza una meta precisa, vi è un’indicibile bellezza. La nostalgia del vecchio Ulisse, secondo Pascoli. La nostalgia dell’infinito, del Regno ampio dei Venti. Della libertà. E di Calypso. La bellissima ninfa, che rappresenta l’incanto magico dell’altrove. Che Ulisse infine raggiunge. Per morire tra le sue braccia.

Mi diceva un amico kazako, un diplomatico, aduso alla vita urbana, alle grandi capitali del mondo, “Io sono davvero felice solo quando posso addentrarmi nella steppa. Senza una meta. E stendermi sull’erba, a contemplare le stelle. Lì, solo lì, mi sento veramente a casa…
Perché la casa, o meglio la dimora cui qualcosa, dentro di noi, continua ad anelare, non è delimitata da mura, grande o piccola che sia. È un altrove infinito, uno spazio Interminato. Nel quale, in sogno, ci capita ancora di vagare liberi. Avendo per tetto solo il cielo stellato.


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