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C’è un silenzio profondo. Solo qualche voce in lontananza, l’abbaiare di un cane. Il canto degli uccelli… Forse allodole, forse storni… è quasi il tramonto. Questa strana Pasqua è finita. E forse non è neppure mai cominciata. Anche se nelle case, e sui social soprattutto, abbiamo finto che fosse un giorno diverso. Una festa.

Ma la monotonia di questa quarantena avvolge ogni giorno nello stesso grigiore . Anche se, al di là delle sbarre, oggi c’era un bel sole…

I giorni sono diventati tutti uguali. Niente feste. Niente gita fuoriporta… Solo patetiche simulazioni domestiche… È il trionfo della monotonia. Insopportabile, anche se si fa finta che non sia così. Anche se si canta dalle finestre e si postano tavole imbandite e pranzi luculliani…
Torneremo alla normalità, scrivono in molti.

Già. La normalità. Ovvero un’altra forma del grigiore e della monotonia. Perché le vite scorrono in un alveo fatto di abitudini, subite, per lo più. Non scelte. E in questo alveo noi ci lasciamo trascinare, per lo più incoscienti. Tranne rari attimi, sovente tardivi e dolorosi.

Certo, non voglio dire che così sia meglio. Questo forzata clausura è asfissiante, frustrante. Profondamente umiliante. La monotonia della vita ordinaria è più varia , screziata, mossa… Ma è solo superficie.

C’è il lavoro e le feste. Gli aperitivi con gli amici. I divertimenti. Qualche amorazzo più o meno fugace… Le vacanze. I problemi. Economici e sentimentali. Tutte cose che animano la nostra esistenza…

Se ci pensiamo, però, quanti sono i giorni vissuti davvero… Quelli memorabili? Quelli che ricordiamo… Quelli che sono degni di essere ricordati…

La canzone popolare dice “il primo amore”. Forse è così anche per l’ultimo. Ovvero per l’attimo folgorante dell’innamoramento. E alla fine ritorno sempre lì. A Dante e allo Stil Novo. Che cantarono sempre lo stesso attimo. La rivelazione della Donna. L’apparizione. La folgorazione. Ma non per questo sono monotoni. Anzi. Perché colgono l’essenza. Vanno oltre la superficie dell’esistenza ordinaria. Nella profondità dell’essere. Che è. E non diviene. Diceva Parmenide.

Perché il problema, forse è lì. Nell’ essere imprigionati nel divenire. Che non è vita, bensì illusione di vivere. E fugge irrefrenabile come dice Orazio. Così ti volgi indietro, e ti accorgi che c’è solo nebbia. Un grigiore monotono. Di cui quello che stiamo vivendo in questi giorni non è altro che lo svelamento. Privo di orpelli.

Vivere è cogliere l’attimo. Il problema di Faust. La grande sfida cui la nostra civiltà stenta a dare risposta. Il possente errore. Per dirla con Leopardi. Letto da Severino.
Perché l’attimo, il presente, è sempre sfuggente. Passato e futuro che si incrociano. Fermarlo appare impossibile…

Sento una voce, non lontana, che parla al telefono. Mascherine, code ai supermercati, altre cose. Il sole è ormai tramontato. Di questa giornata di (strana) festa non resta ormai nulla…


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