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La sensazione, una sensazione sempre più concreta, è che siamo avvolti in una fitta nebbia. O una nube. Fatta di ignoranza…

Ma non possiamo tornare a scuola prof…” mi dice uno dei miei coatti durante la videolezione. “Qui se ne more uno su quattro…“.

Fossi il tuo professore di matematica ti boccerei seduta stante. Con buona pace di Miss Rossetto Scarlatto che siede sulla poltrona che fu di Giovanni Gentile. Perché, accidenti, non è possibile che non sappiate leggere una statistica. Fare una proporzione. I malati, ammesso e non concesso che siano davvero tutti da attribuire al Covid-19, si aggirano intorno all’1% della popolazione. Poco più di una normale influenza…

I numeri sono numeri. Ma non mi crede. Come molti, troppi italiani crede più alla sua paura che alla matematica. E pensare che sino all’altro ieri faceva il Rodomonte. Già, però,a ben pensarci, questo credeva anche a Greta Thumberg…recidivo…

Insomma è nebbia. Cajgo, come si dice dalle mie parti. Fitto, impenetrabile… Caligo ignorantiae, scrive Riccardo da San Vittore. Il Magnus Contemplator, che Dante incontra nel Cielo del Sole. Un mistico. Ma anche un grandissimo logico. Capace di sviluppare il processo razionale sino al suo apice. E al suo esaurirsi. Nel silenzio. Che porta alla conoscenza, anzi alla visione del Vero. Perché noi uomini siamo ordinariamente avvolti da una nube. La Nube della non conoscenza. Come si intitola il testo di un ignoto maestro inglese del XIV sec. Un manualetto scritto in volgare. Pieno di ironia. Caustico, a tratti. Perché la Nube è da noi amata. Ci siamo affezionati. Ci sguazziamo dentro con masochistico piacere…

Certo…la propaganda martellante dei media. Tutti, o quasi, ridotti ad un’unica voce. La paura, indotta da dati spesso taroccati, sempre, comunque, enfatizzati… Una visione meramente corporea, e volgarmente edonistica dell’esistenza. Che ti induce a non vivere per paura di morire… Tutte spiegazioni, non giustificazioni, che hanno un loro valore.

Ma il vero problema resta la Nube.. La nebbia dell’ignoranza. Che ti impedisce di fare uso corretto della ragione. Paradossale, in un’epoca che crede di essere la più razionale della storia. Che di fronte all’altare di questa strana Dea, la conclamata Ragione Scientifica, ha sacrificato tutto ormai. Tradizioni, fede, sentimenti, istinti naturali… Ma questa ragione idolatrata la subiamo. Non la usiamo. È articolo di fede. Fede algida, arida. Ora anche ridicola, se i suoi sacerdoti e profeti soni certi scienziati da trasmissione televisiva… La Pizia delfica avrà anche smaniato quando il Dio entrava in lei… Ma certo lo spettacolo doveva avere una sua grandezza. E bellezza ancorché inquietante. Vedere Burioni a Che tempo che fa… Beh lasciamo perdere.

La ragione non andrebbe subita. Bensì usata. Pensare le cose con rigore, senza pregiudizi. Osservare. I puri dati, senza farsi offuscare da sentimenti e paure. E pensarli sino in fondo quei dati. Sino alle estreme conseguenze. Sino a contemplare la verità. O, se vogliamo, a scoprire il senso ultimo della vita.

Sarebbe una liberazione. Autentica. Interiore. La nube si diraderebbe. Non vi sarebbe più motivo di paura.

Recupereremmo la libertà. Quella interiore. Del pensiero. Senza della quale non vi è autentica libertà esteriore.

Senza della quale la schiavitù assume soltanto sempre nuove volti
Oggi quello, quanto mai ridicolo, celato da mascherine sanitarie.


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