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Mia figlia sta perdendo la nozione del tempo… ” mi dice al telefono un amico. La figlia fa il primo anno di Liceo. Non più una bambina, quindi. Quelli delle elementari, come il mio, il senso del tempo lo hanno in modo molto vago. Ma poi, con gli anni, si sviluppa e definisce. Tant’è che l’adulto si caratterizza proprio perché la sua esistenza è scandita dall’orologio. E dalle abitudini, di cui l’orologio è il simbolo. E il rigoroso custode.

Un custode che ci fa sentire lo scorrere delle ore, dei giorni, degli anni come reale. Oggettivo. Se vogliamo implacabile.

Tuttavia, non è così. Quella dell’oggettivita’ del tempo è infatti solo una grande illusione. Che poggia sulle cose che siamo soliti fare. Sulle abitudini. Su una esistenza scandita da obblighi ed impegni. Ma questo non è il tempo. È solo la dimensione del quotidiano. La mattina mi alzo, mi vesto, prendo l’autobus, vado al lavoro. Lì svolgo una serie di compiti, con un intervallo per mangiare qualcosa. Poi ritorno a casa. Ceno. Vado a dormire. Tutti i giorni, tranne quelli festivi. Che sanciscono il riposo o lo svago. Una, o più volte all’anno, se sono fortunato, sospendo l’ attività ordinaria, e vado in vacanza. Non importa dove, Ostia o Dubai, sono lo stesso. Ciò che conta è il mutamento di ritmo. Perché il nostro tempo è, come dicevo, scandito dalle cose che facciamo. Determinato dai gesti usuali. La vacanza è un momento di vuoto. Abitudini e usi vengono a mancare. Ma noi la vacanza la programmiamo. E quindi determiniamo, preventivamente, altri gesti, altri ritmi, altre cose da fare. Altri appigli con cui definire la nostra dimensione spazio temporale. Perché ciò che non sopportiamo è il vuoto. Ovvero ciò che, per l’etimo latino, dovrebbe davvero essere “vacanza”. Assenza.

Tuttavia se la “vacanza” è improvvisa e imprevista – come nel caso della assurda doppia quarantena nella quale ancora vorrebbero trattenerci – restiamo sconvolti. Perché ci mancano gli appigli. E ci sentiamo naufragare.

Per i giovani, abituati alla scansione scuola / vacanza, la perdita del senso del tempo è stata particolarmente grave. E dannosa. Quasi quanto l’isolamento forzato. Perché ha implicato la perdita del ritmo in menti e organismi psico-fisici in formazione. Ne vedremo, e pagheremo, i perniciosi effetti a lungo.

Gli adulti ne hanno risentito meno. Costruendosi, o più spesso lasciandosi imporre altre abitudini. Ed adagiandosi in esse. L’accidia viene spesso fatta passare per maturità. Mentre resta solo accidia.

L’orologio è il simbolo del tempo. Un simbolo divenuto, ormai, sempre più astratto. Quelli digitali sono solo un succedersi di numeri, sulla base di una convenzione priva di sostanza. I vecchi orologi a lancette simulavano ancora il corso del Sole. Avevano un radicamento nella realtà. Ovvero nello spazio. Junger ha scritto pagine straordinarie su questo tema. “Il libro degli orologi a polvere” è uno dei suoi, molti, capolavori.

L’esperienza del Tempo senza il supporto di quella usuale delle abitudini, che si svolgono in uno spazio definito e conosciuto, ci è ordinariamente interdetta. Siamo animali territoriali, gli spazi interminati ci spaurano, per dirla con Leopardi. E il Tempo come assoluto – ovvero sciolto da vincoli – non lo riusciamo neppure a concepire.
È la dimensione che nella gnosi veniva chiamata Aiòn. Il Tempo cosmico. L’Eone, rappresentato con corpo di uomo, ali di angelo e testa di leone.
È la dimensione del presente. Il presente perenne. Perché l’altro tempo, il nostro, quello che scorre e che i greci chiamavano Kronos, non concepisce il presente. Kronos è il corvo che si pasce solo di cadaveri. Divora gli attimi che fuggono. Divora i giorni. Gli anni. La sua immagine è allegoria della Morte.

Per noi il tempo è un tessuto di passato e di futuro. Cose che abbiamo fatto, esperienze che abbiamo vissuto, incontri… E cose che faremo, che vorremmo, che desideriamo fare. Rimpianti e rimorsi da un lato. Aspettative e timori dall’altro.
L’esperienza del presente ci sfugge. Sempre. Non riusciamo a cogliere l’attimo. A fermarlo. L’inquietudine di Faust.. La sua maledizione.
Per riuscirvi dovremmo trovare una crepa nel muro che ci siamo costruiti intorno. Accettare il rischio del naufragio. L’esperienza del vuoto. Sfruttando un momento particolare. Una sventura. Un incontro, in rare occasioni di destino. Uno di quei momenti, di quelle occasioni che ti fa intuire come non abbia senso parlare di un prima e di un dopo. Perché è, era e sarà divengono una cosa sola. E il tempo che scorre perde di significato.


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