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Uggia. Non è la noia. Più che altro una forma del tedio, frammisto ad un senso di inquietudine. È quella uggiolina, che prova Pinocchio, e che lo spinge a commettere tanti errori. Sino a divenire umano. E non più un pezzo di legno. Un burattino. Uno dei tanti burattini che fingono d’essere uomini..

Collodi, il Carlo Lorenzini era psicologo sottile. Psicologia dell’infanzia, psicologia evolutiva diremmo oggi. E scriveva in schietto, vivace toscano. Come fece, non per natura ma per arte acquisita, il conte Manzoni. Che l’uggia attribuisce all’Innominato. Il personaggio più possente e suggestivo, con Cristoforo, uscito dal suo ingegno. Che l’uggia, appunto, conduce verso la conversione. Portandolo a quell’animadversio che ne fa una sorta di strano Faust cristiano…

Oggi è, appunto, una giornata uggiosa. Piove, il cielo è grigio. L’umidità ti compenetra. Pure, l’aria è tiepida. Pioggia di primavera, penso. Renderà più verdi i prati. Farà cadere fiori di pesco e di mandorlo. Tuttavia è monotona. Lenta. Uguale. Non spira quasi un refolo di vento. Sembra che manchi il respiro. Ma meglio non dirlo. C’è il rischio che ti portino allo Spallanzani. E ti intubino.

La guardo cadere dal balcone. In questo silenzio irreale, l’uggia diventa uno stato d’animo quasi palpabile. È nella pioggia. Nel cielo. Nelle cose…
Non è, come dicevo, noia. Piuttosto la stanchezza di come si vive, sorta di taedium vitae, attraversato da una febbre lieve, appena percettibile. A stento percepita…

Forse il desiderio di cambiare. Di cambiare vita. Abitudini. Ma, prima ancora, di cambiare dentro. Ancora il tema dell’Innominato. L’unico personaggio che mi è restato davvero dentro quando, per la prima volta, lessi I Promessi Sposi. Forse perché – se non ricordo male, è passata una vita – era una giornata come questa. Uggiosa. Allora non vi erano internet, fb, altri social… E la televisione poca roba. Così presi il libro, mi buttai sul divano e cominciai. Non fu un’illuminazione. Anzi. Certo, scriveva bene. Benissimo. Ma non mi prendeva. Ero molto giovane. Ma già mi aveva folgorato Dante. Ed avevo incontrato Goethe. Di lì a poco, Pound. Manzoni non esercitava lo stesso fascino. Mi sembrava algido. E al contempo troppo sentimentale. Anni dopo, molti, avrei ritrovato un giudizio consimile in Unamumo.

Poi, il capitolo sull’Innominato. Quell’essersi arrogato di compiere il bene e il male a suo piacimento. Il Superuomo prima di Nietzsche. E infine quella cert’uggia per la vita che conduceva… Ho cominciato a capire…

Quel tema dell’uggia della vita trascorsa sino a quel momento, mi è, da allora, rimasto dentro. Per riemergere periodicamente. Ogni volta che ho sentito l’impulso di cambiare. Per commettere nuovi errori, forse.

Penso all’Innominato. E a Pinocchio.. Guardo la pioggia che continua. E che sembra non dover aver mai fine. Sempre uguale. Come questi miei giorni. Che però mi sono venuti in uggia…
È venuto il momento d cambiare. Di mutare pelle. Come il vecchio serpente del Libro della Jungla…


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