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Impazza, nova moda indotta dal coronavirus, la didattica a distanza. Tutti, o quasi, gli insegnanti, i presidi ed altri addetti ai lavori si affannano per garantire una parvenza di normalità a quest’anno scolastico.

Per illudere, e sopratutto illudersi, che questo non sia miseramente, ormai, abortito. Ed è tutto un proliferare di iniziative. Una bulimia di contatti sociali, di lezioni. Di verifiche a distanza. Docenti sino a ieri noti per il loro fancazzismo, che andavano al lavoro solo per tirare lo stipendio, e che in cattedra sonnnecchiavano pigramente o leggevano il giornale, si affannano tra piattaforme informatiche, cloud, lezioni e riunioni virtuali…

E genitori da tempo usi a giustificare i figli nullafacenti e ad alzare alti lai per i carichi di lavoro e le pressioni disumane cui venivano sottoposti i loro pargoli, ora sono lì frenetici ad invocare sempre più lezioni, sempre più incontri in chat. Sempre più lavoro, a distanza, per quei figli con cui si trovano a dover condividere h24 una non facile coabitazione forzata.

E il Ministero, il famoso /famigerato MIUR, che emana una circolare dopo l’altra sul tema. Una più confusa, e confusionaria dell’altra. Illudendosi, o fingendo di illudersi, che le scuole italiane siano tanti piccoli MIT ipertecnologici, i docenti tutti dei provetti geni informatici, i discenti dotati, tutti, di un quoziente intellettivo di eccellenza….

Scenario tragicomico. E grottesco. Una farsa, di bassa lega, con la quale si cerca di coprire l’arretratezza delle scuole italiane, la mancanza di strumenti, l’assenza di competenze… E, soprattutto, di riempire il senso di vuoto di questi giorni. Di fingere che tutto sia normale. Di non vedere ciò che ci sta accadendo.

Per altro, pur cimentandomi nonostante i miei scarsi mezzi e le mie carenti conoscenze, io sulla didattica a distanza sono molto perplesso. Per usare un eufemismo.

Sono, forse, troppo vecchio per capire e adattarmi, ma per me insegnare necesssita del contatto diretto con gli allievi. Non mediato da uno schermo e/o da un microfono, che, inevitabilmente, altera e sostanzialmente appiattisce, rende monotona la voce. Insegnare implica guardare il volto e tutta la persona degli allievi. Poter cogliere una luce negli occhi, un gesto, un movimento che rivelano interesse o noia, attenzione o disattenzione. E muoversi di conseguenza. Adattarsi. Perché l’insegnante non parla al vuoto, ma ad esseri vivi, e deve modificare il linguaggio, i riferimenti, le citazioni in base a ciò che nota nella classe. Una lezione ripetuta meccanicamente è il nulla. E a nulla serve.

Alla fine si torna, inevitabilmente, a Cicerone. Alla sua magistrale spiegazione di ciò che deve essere, e non solo fare, un oratore. All’Orator. Perché l’insegnante altro non è che un oratore. Ancorché in sedicesimo. E il suo scopo è la persuasione, non immettere nozioni. Persuadere significa suscitare interesse, risvegliare curiosità, infondere passione… E lo si fa con ciò che si dice, certo. Ma ancor di più con come lo si dice. E soprattutto con ciò che si è. Si vedano Vittorino da Feltre e Quintiliano.

Certo, la moderna didattica segue da tempo altre vie. Più scientifiche. Personalmente, però, resto convinto che insegnare sia lavoro artigianale… Come scolpire il legno. Tu devi seguire la vena del tronco nel lavorarlo. Altrimenti lo si rompe e non resta che gettarlo.

Anni or sono, una giovane e elegante Preside, una rarità, mi chiese: Ma lei professore, fa ancora solo lezione frontale?

Le risposi che avevo provato a parlare girato, di schiena… Ma con pochi risultati.
Mi guardo’ esterrefatta. Aveva dei bellissimi occhi. Poi si mise a ridere.

Penso ai miei Bori e ai miei coatti. Alle brunette vivaci, alle rosse irose, alle biondine polemiche. Alle glaucopidi Inquiete… Lo schermo, le chat le piattaforme li rendono remoti. Evanescenti. E io per loro sono solo uno spettro….

Al diavolo virus e quarantena. Voglio tornare in classe.


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