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La quarantena è, di fatto, finita. Si torna ad uscire, ad incontrarsi. Si va nei bar e nei ristoranti, ancorché con il famoso distanziamento.

Le prefiche di Conte levano alti lai per la movida, e un torvo Boccia, in versione piccolo inquisitore, minaccia nuove chiusure. E repressione feroce. Ma nessuno ci crede più davvero. Il temuto virus sta rapidamente svanendo con l’incedere dell’estate, nella costernazione della multinazionali farmaceutiche che temono di veder svanire anche le loro prospettive di faraonici guadagni. Insomma, una volta aperte le gabbie è troppo rischioso tentare di richiuderle. Anche le pecore possono divenire rabbiose. E cominciare a mordere…

Comunque tutto riaperto. Tranne scuole e teatri. Ma si sa, per gli attuali governanti la cultura e l’educazione hanno significato quanto ne avrebbe avuto la fisica quantistica per un Neanderthal… Semplicemente appartengono a due diversi stadi evolutivi…

Tutto riaperto… ma non tutto a posto. Le malattie, vere o presunte, lasciano sempre strascichi. Più o meno pesanti. E in questo caso sono pesanti davvero.

Non sto ovviamente parlando di quelle poche decine di migliaia che il COVID-19 hanno contratto davvero, con sintomi più o meno gravi. Sto parlando di tutti gli altri. Asintomatici o immuni, o semplicemente fortunati… non lo sapremo mai. Che, però, il virus della paura hanno contratto davvero. Anzi, ai quali tale virus è stato artatamente inoculato.. Da media, esperti e politici, non da un più o meno fantomatico laboratorio cinese.

Questi li vedi ancora numerosi per le vie, bardati come personaggi di un film catastrofista. O appostati sui balconi a sbirciare terrorizzati i potenziali untori che festeggiano con baccanali ed orge. Ovvero che bevono una birra in compagnia… Oppure te li ritrovi tra i piedi, mentre fai una camminata nel parco. Con guanti e mascherina. E ancora qualcuno inveisce contro di te, perché non sei tanto scemo da vestirti da astronauta per una sgambata sotto il sole… Insomma, questi malati ( immaginari, ma convinti) infestano il paese. Mantenendo grottescamente alte le speranze dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi, di non ricevere a breve un’ingiunzione di sfratto….

D’altro canto, c’era d’aspettarselo. Il ritorno alla salute non è mai immediato. E talvolta non avviene mai del tutto. Si resta a lungo, talora per sempre… convalescenti. In una sorta di Limbo, sospesi fra la malattia e la salute.

La convalescenza è, a tutti gli effetti, una condizione limbica. Ci si trova su un crinale, uno stretto ponte, come quello che, nel mito mazdeo, conduce al Paradiso di Ahura Mazda, passando sopra l’abisso ove regna Angra Manju.

Se la sensibilità è acuta, se la mente ha conservato capacità di ragionamento o, addirittura, le ha affinate nel corso della malattia, ci si può ritrovare nella condizione di Hans Castorp. Rifiutarsi, a lungo, di guarire. O meglio, di riconoscere la propria guarigione. Perché non è solo una questione fisica. Il problema è il non sentirsi in grado di scegliere. Di decidere della propria vita. Perché vivere è decidere. Esercitare la volontà. Non semplicemente almanaccare. Non tormentarsi e cullarsi nel dubbio… Meglio, allora, rimanere lì, sulla Montagna Incantata. In una perenne convalescenza. Che è poi la condizione ordinaria dell’intellettuale moderno. Capace sì di ragionare. Ma non di immettere volontà, che è vita, nel pensiero. Forma di impotenza. Anzi di accidia, per dirla con Petrarca. Che fu forse il primo a sperimentare tale condizione. Per certi versi un nostro contemporaneo. Che non a caso visse la grande peste del ‘300. Che fu peste vera, quella, e che provocò un’ecatombe. Ma che lasciò, comunque, una pesante eredità di paura. Che incise sugli animi ancor più del morbo sui corpi. Cambiando radicalmente il modo di vivere.

Perché dopo la malattia, vera o presunta, le cose non possono tornare ad essere come prima, soprattutto se il virus ha reso endemica la paura. E fatto emergere la fragilità del nostro mondo. La sua mancanza di fondamenta.

Allora bisogna sfruttare la convalescenza. Per pensare. Per capire. Ma non ci si deve adagiare in essa. Non si deve restare prigionieri di desideri inappagati di vita, che nel capolavoro di Mann sono incarnati da Madam Chauchat. La Circe di questa, statica, Odissea moderna.

Castorp sembra riuscire a trovare una risposta, o meglio a scuotersi dal torpore solo di fronte all’esplodere della Grande Guerra. Che rappresenta la fine di un mondo. La malattia, o meglio la convalescenza allora si rivela per quello che è. Paura di scegliere.


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