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Capriccio n. 43 di Francisco Goya. Il sonno della ragione genera mostri. Acquaforte, tratto asciutto, chiaroscurale. Ricorda il Piranesi, che gli fu, in certo modo, maestro. Ma meno limpido. Più cupo. Sangue veneto quello del Piranesi. Basco e aragonese quello del Goya. Vi è differenza. Molta.

Un dormiente, appoggiato su un tavolo. E un magma di figure mostruose che sorgono dalla terra e invadono lo spazio circostante. Pipistrelli, gufi, talpe, felini…. ma irreali, deformi, contaminati, come arcane figure scaturite dalle guglie di una cattedrale gotica . Mi sembra di intuire basilischi, gargoyle, sfingi…il nitore classicista di Tiepolo e Mengs, altri maestri, viene lasciato dietro le spalle. Qui vi è già l’incubo romantico di Fussli. E l’eco di quelli barocchi di Salvador Rosa. Con il quale il Goya aveva in comune il gusto per la taverna, le donne… E la facilità nello sguainare la spada…

Le interpretazioni sono innumerevoli. Goya è artista sempre citato, ma in realtà oscuro. Inquieto ed inquietante.
Piacque, a molti, vedervi un elogio della ragione illuministica, che fugava ombre e mostri del passato. Ma qui l’uomo dorme. E i mostri trionfano.

Più facile che l’artista – carattere istintivo, poco portato alle teorie astratte, passionale – abbia dato forma a quella che, per lui, era l’immaginazione. Qualcosa che viene dal profondo. Da abissi insondabili, al di sotto del livello della coscienza diurna…

Ho sempre amato in Goya questo non essere cerebrale. Questa creatività istintiva. Quasi ferina. E feroce. Mi è sempre parso aver intuito la modernità e i suoi potenziali sviluppi e involuzioni, come ben pochi altri.
E mi chiedo, oggi, come raffigurerebbe questo inquietante presente. Le vie di Roma, ove aveva soggiornato quasi un anno, popolate da figure grottesche, maschere d’ogni foggia e colore, strani batraci a due gambe… Fantasmi, più che uomini, che si aggirano insicuri, storditi. Impauriti.
Il sonno della ragione. Certo.

Eppure, questi spettri, ovvero parvenze di donne e di uomini, vivono, o sopravvivono, convinti di essere loro nella ragione. Di essere prudenti. Di tutelare la propria salute. Seguendo i dettami della Scienza. Rigorosamente con la maiuscola.
E vi sono quelli come me, gli irrazionali. Ammalati , anzi infetti di pericolose smanie vitalistiche. Incoscienti. Pericolosi. Senza maschera. Senza guanti… Pericolosi. E asociali.

Mi viene in mente Leopardi. Non era istintivo come il pittore spagnolo. Anzi. Era filosofo, prima che poeta. Proprio per questo, poeta grandissimo. La ragione, per il Recanatese, genera i mostri. Perché uccide la fantasia. I mostri peggiori. I mostri di una Modernità che è inarrestabile declino. Caduta. Perdita. La barbarie priva della bellezza che aveva quella antica. Perché la storia si ripete, ma non è ritorno dell’uguale. Per Leopardi, come per Vico. La barbarie come volgarità. Assenza di senso estetico. I germani che devastarono Roma, Goti e Vandali, avevano il senso del bello. Le loro armi, corazze, spade, elmi lo dimostrano. Ed edificarono nuove culture. I loro canti di gesta divennero i romanzi cortesi. Si fusero con la poesia di Virgilio, di Ovidio. Poi furono Von Eschenbach, Arnolfo di Cambio, Giotto, la Cattedrale di Chartres …. Infine Dante.

Di questa barbarie resteranno mascherine infette gettate nel suolo e in mare. Guanti luridi. Immondizia. Esempi di viltà. Nessun Artù. Nessun Sigfrido. Neppure l’ombra di un Merlino…

Goya forse saprebbe dare forma a tutto questo. All’informe. Saprebbe fissarne con un tratto il carattere oscuro. I mostri autentici, demoniaci, che in queste paure prosperano e allignano. I vampiri che di quelle parvenze di uomini si nutrono. Lo saprebbe fare certo meglio della Pop Art di Warhol, che pure , di tale declino, colse alcuni tratti. Ancorché superficiali.
Ma forse preferirebbe tornare a chinare il capo su un tavolaccio di taverna. La coppa vuota. E continuare a sognare le sue sfingi, i suoi mostri. La bellezza della Maya, e l’orgoglio del matador.
Goya era un uomo. Conosceva la paura. Ma non la temeva.


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