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Stanno ammazzando tutti i ristoranti. I ristorantini, le taverne, le trattorie che frequentavo e amavo…

Scrive Amerino… Ma tu, mi si potrebbe dire, prendi sempre spunto da qualcosa che qualcuno scrive o ti scrive? Inevitabile. Queste vorrebbero essere cronache. Ma quali cronache mai si possono redigere di un mondo ove, in apparenza, non accade nulla?

Non puoi entrare in un bar. Non puoi vedere un vecchio amico. Un parente di sesto grado sì, però. Ovvero qualcuno con cui hai un antenato comune nella prima metà dell’800… Questo per dire l’intelligenza dei famosi esperti delle Task Force di Conte…

Ma torniamo ai ristoranti. Amerino ha ragione. Molti, moltissimi non riapriranno. E che potrebbero fare? I clienti su tavoli da massimo quattro posti distanziati di quattro metri? I piccoli ristoranti dovrebbero lavorare per due, tre tavoli. In perdita. Potranno permetterselo i locali di lusso. Aumentando i prezzi. Tanto per la loro clientela non è un problema. Gli altri, tutti noi, la plebe che ora applaude il Conte salvatore condannata ai Mcdrive e al take away.

E poi che gusto ci sarebbe, anche potendo, ad invitare a cena una bella donna – sicuramente cugina di sesto grado – per passare la serata guardando il suo volto deformato e i suoi occhi – che mi piace immaginare verde sottobosco – offuscati da un pannello di plexiglas?

Molti, troppi chiuderanno. Ma non sarà solo un problema economico e di occupazione. Sarà un dramma culturale. Perché questi piccoli locali, di città e di campagna, rappresentano indiscutibilmente la nostra tradizione culinaria, in tutte le sue, innumerevoli, declinazioni.. Ed è lì, non nei locali di lusso alla moda, che sperimenti come il cibo non sia, solo, un piacere del palato.

Leggete l’Artusi, che è poi un gioiello della prosa italiana. E insegna, ancor oggi, a scriver bene senza essere per forza scrittori. È un tour della provincia italiana. Fatto di sapori, odori. Atmosfere. Quelle che si possono, anzi si potevano sino a poco fa trovare in tanti piccoli locali. Quando ho mangiato la ribollita in un buco di Siena, a due passi dal Monte dei Paschi, la mia mente è stata trasportata sul campo di Montaperti, che fece l’Arbia colorata in rosso. E mi sono sentito per un attimo contemporaneo di Dante…

E quando ho assaggiato i polipetti alla Luciana contemplando il Mastio Angioino, ho pensato a Cervantes che guardava il Golfo di Napoli pranzando e bevendo vino. Mentre nella mente gli frullavano le storie del Persiles y Gismonda. Riprese dal Filocolo di Boccaccio, certo, anche quello scritto però lì, all’ombra del Mastio.

E che dire di un piatto di pasta e fagioli col radicchio a Treviso? Roba da resuscitare l’ombra di Ezzelino… E di un altro piatto di Risi e Bisi in una primavera veneziana? Piatto da Doge. Dicono che Casanova ne andasse pazzo, nelle piccole locande della Serenissima, prima di un pasticcio di carne in crosta dolce…

E potrei continuare. Ogni città, ogni borgo ha in questi piccoli locali veri scrigni di memorie. Rappresentano non solo tradizioni, ma vere e proprie radici. Elementi della nostra identità. Parte non trascurabile dei nostri ricordi. Delle nostre emozioni.

Un Mcdrive, un Take Away non potrà mai prenderne il posto. La loro scomparsa inciderebbe pesantemente sulla mente e sull’anima delle nuove generazioni. Dei giovani condannati a invecchiare senza sapori. E senza ricordi…


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