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Leggere. Storie. Fiabe, letture di evasione. Leggerle a mio figlio. O meglio, fingendo di leggerle per lui… In realtà facendolo per me stesso. Perché, dopo oltre cinquanta giorni, ne ho piene le tasche (come si dice ad Oxford) della Peste di Camus, di quella del Manzoni… E persino di quella del Decameron.

E quanto allo scrivere di politica lo trovo inutile. Gli aspidi sordi restano tali. E in più ti becchi gli insulti degli apologeti di Conte, giovinetti impanicati e saccenti che cercano di spiegarti il Diritto Costituzionale e la Storia. Vecchi arnesi della seconda repubblica alla disperata ricerca dell’ennesimo lider minimo fallimentare, pensionati del catasto divenuti provetti virologi, massaie che discettano dei massimi sistemi…

No, non se ne può proprio più. Meglio le fiabe. Meglio i racconti per ragazzi.

Che poi, a ben vedere, tanto per ragazzi non sono.
Anche perché, in Italia, abbiamo sempre avuto (chissà perché ?) la strana abitudine di considerare letteratura per l’infanzia dei romanzi che, a ben vedere, sono dei classici senza tempo e senza età. Libri di formazione, certo. Ma anche, anzi soprattutto, grandi libri, che in ogni momento della vita hanno parecchio da insegnarti.

Chi ha deciso che “Le tigri di Mompracem”, straordinario intreccio di avventure, passione, idee sono roba da ragazzi, mentre “Le confessioni di un italiano” di Nievo no, roba seria, roba per adulti?

O che “I promessi sposi” sono grande letteratura, mentre “Moby Dick”, ossessiva metafora del senso della vita e della vana ricerca della verità, no?

E prendiamo “Il libro della Jungla”. Quello che sto cercando di raccontare a mio figlio, puntando sul fatto che gli animali lo affascinano. E che, quindi, mi diviene più facile avvicinarlo a certi temi. Non facili, tuttavia. Perché Kipling non lo è mai. E il suo romanzo allegorico presenta tanti di quei sensi, di quei piani di lettura da rivelarsi un vero e proprio labirinto della conoscenza. Molto più complesso, e profondo, dell’abusata “Animal Farm” orwelliana…

Romanzo di avventure. E di formazione. Dove gli animali rappresentano forze e facoltà latenti nella natura e nell’uomo stesso. Delle quali l’uomo è, ordinariamente, incosciente. Perché la ragione lo ha alienato dal suo essere profondo. E lo fa vivere in superficie. Dove gli animali, le piante gli appaiono come altri da sé. Estranei. Mentre sono parte di lui.

Ma Mowgli è un bambino. Per di più cresciuto senza la protezione, e la coercizione, degli adulti. Primitivo selvaggio. Per quello parla con gli animali e comprende il loro linguaggio. Perché sono parte di lui. Risuonano negli angoli più riposti della sua anima. In fondo i popoli antichi, dai Celti agli Egizi, davano agli Dei forme animali. Non era, come si crede usualmente, totemismo primitivo. Piuttosto la chiara percezione che gli animali sono parte di noi. In qualche misura fratelli da cui ci siamo separati.

Baloo il grande orso, una saggezza arcana. Profonda. Non razionale. E Baghera. La pantera. Un’intelligenza istintiva delle cose e delle situazioni. Rapida, feroce. Sempre esatta, perché non passa attraverso l’elucubrazione razionale. Intuisce. Ed agisce.

E poi Kaa. Il grande serpente. Che prima di salvare Mowgli dalle scimmie, si avvolge nelle sue spire. E rivede le sue mille primavere. Perché lui è il tempo. Ed è la memoria….

Guardo mio figlio. Per il quale le fiabe sono ancora realtà. Che vive in un suo mondo sognante. E che parla con i suoi due gatti. E ascolta le loro risposte. E capisce. Mentre stenta a comprendere la follia del mondo lì fuori. Adulti terrorizzati che strisciano lungo i muri, con strane maschere sul volto. Più volte mi ha chiesto, ad alta voce, ma sono scemi quelli, papà?

Lui vive ancora nella sua jungla interiore. Essenziale e feroce. Ma piena di poesia. Peccato… Nel romanzo de Kipling, Mowgli, quando impara ad usare il fuoco, è costretto a lasciarla quella jungla. Ad allontanarsi dagli animali. Ad alienarsi da loro e da una gran parte di se stesso…

È diventato uomo. Purtroppo.


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