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Cerco un centro di gravità permanente. Che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose, sulla gente…

Così un Battiato d’epoca, ancora lontano dai capolavori, Gilgamesh, Il cavaliere dell’intelletto…la Messa Arcaica.
Una canzonetta, in fondo. Ma che oggi mi risuona in mente come straordinariamente attuale…

Già, perché quello che, in questo momento, sembra proprio mancare, è un centro di gravità… Non pretendo permanente, ma che almeno non muti e flutti ad ogni istante, come la banderuola che fa da insegna agli ignavi. Nel vestibolo dell’inferno dantesco.

Un centro di gravità politico, ormai, ho rinunciato anche solo a ipotizzarlo. Siamo condannati, a quanto pare, a subire le isterie di un Re Sole in sedicesimo, ispirato da una qualche, inquietante, Madam de Montespan. Mentre i, cosiddetti, leader di maggioranza e opposizione, fluttuano leggeri come fantasmi nel silenzio assordante della capitale. Fantasmi con tanto di guanti e mascherine, per carità… Ma del tutto privi di sostanza, idee e, se mi permettono le signore, di attributi. Lo stesso Colle più alto ha uno strano inquilino quasi invisibile… Ma è più facile vedere apparire gli spettri di Vittorio Emanuele II o di Papa Borgia dell’evanescente profilo dall’attuale Presidente… e sinceramente che lì non dimori ancora il deprecato Borgia o, peggio, il Caetani, sta diventando per me motivo di rimpianto…

Per altro, oltretevere non sembra andare molto meglio… Un centro di gravità dalle benedizioni “Urbi et Orbi” in streaming, e dagli inviti ad obbedire supini al Conte Zio, è assai difficile ricavarlo…

Saltati i punti di appoggio di Stato e Chiesa, uno dovrebbe trovarlo dentro di sé questo centro di gravità. Come avvenne nella grande crisi del ‘300. Guerre, pestilenza, i papi ad Avignone ridotti a vassalli del re di Francia. L’Impero ormai privo di forza e autorità. In quel caos, Petrarca, il grande interprete del travaglio e della transizione verso la modernità, un centro riuscì comunque a trovarlo. Dentro di sé. La poesia, la bellezza. La Donna.

Già, ma lui era Petrarca. E poi mica era costretto in casa, ad ascoltare il flash mob di improvvisati canterini, a subire le dirette di Conte orchestrate da Casalino… Si ritirava in Val Chiusa, lui, con la sua gatta e i suoi libri. A meditare e poetare sullo sfondo di un paesaggio idilliaco…

Oggi il distacco, il trovare un nuovo centro di gravità, appare ben più arduo. Anche perché il tuo equilibrio – ammesso che tu sia riuscito a mantenerlo – viene costantemente messo in pericolo dagli squilibri altrui. Dalla folla di impanicati che ti circonda. E con i quali sei comunque costretto ad aver a che fare. Ben inteso in guanti e mascherina. E a due metri di distanza. Altrimenti sono multe salate…

Il panico, la paura è, si sa, malattia contagiosa. Molto più contagiosa e perniciosa di qualsivoglia virus. Mette in discussione il tuo equilibrio. Ti precipita nel vuoto. Senza appigli. Senza riferimenti.

Di fatto sei costretto a contare solo tu te stesso. Ed è poco. Troppo poco. Ma non ci sono alternative. Un equilibrio, un centro di gravità esterno
non esiste. O per lo meno non si profila all’orizzonte.

Quella che sei costretto a vivere è la peggiore delle solitudini. Imposta, e, per di più, in mezzo a una folla di altre solitudini. Nulla a che sparire con il buon ritiro di Petrarca.
Ed è una solitudine che nasce dal vuoto.

Coesistere col vuoto è difficile. Forse impossibile. A meno di non imparare un’arte difficile.
L’arte di poggiare su stessi. Senza appigli. Senza terreno che ti sostenga. E, in quel vuoto, imparare a danzare.


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