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Io il mio bisnonno l’ho conosciuto. O meglio ne ho conosciuti tre. Tutti di parte materna. Ma di Enrico, il ricordo è vago. Un volto da pirata e un paio di baffetti da donnaiolo impenitente. Quale dicono fosse.

Poi c’era la Bina, diminutivo di Cherubina, nome ormai dimenticato. Morì molto vecchia, ed era una cuoca straordinaria. Una cuoca vera, di quelle che lavoravano per le grandi famiglie aristocratiche. Tra i suoi ricordi, il Kaiser, Francesco Giuseppe in persona. Ospite dei Marchesi per cui la Bina era cuoca, l’aveva elogiata per la cena. E chiesto addirittura la ricetta di un particolare dolce di mele. Il Dolce Roma. Favoloso.

Ma è di Francesco che mi ritorna il ricordo in questa occasione. Il 24 maggio. Perché lui la Grande Guerra l’aveva fatta. In fanteria. La carne da cannone che Cadorna lanciava contro i fili spinati e il fuoco delle mitragliatrici austriache, là, sull’Isonzo. Le famose spallate. Incredibile esempio di stupidità militare…

Francesco sull’Isonzo era stato ferito. Lo avevano, anzi, dato per morto. Ma la Bina, che all’epoca doveva essere poco più che una ragazzetta, non si era rassegnata. Era andata a cercarselo in quel carnaio che erano gli ospedali da campo. Lo aveva trovato agonizzante. Curato e salvato. Senza tante storie. E senza tante chiacchiere. Erano gente così. Donne e uomini. Come non ve ne sono più, ormai, da tempo.

Insubri entrambi. Razza dura. Contadina. Chiamavano il pane “brot”, e i pomodori “tomate”. E Francesco assomigliava a un ritratto del Kaiser da vecchio. Ma lui contro i “todeschi” aveva combattuto. E ne andava orgoglioso. Anche se della guerra parlava poco.

L’Isonzo gli aveva lasciato come ricordo una leggera zoppia. E una voce roca, per un frammento di shrapnel che gli si era ficcato in gola. E che per poco non lo aveva portato all’altro mondo. Cosa che, per inciso, avrebbe reso impossibile che io fossi qui, ora, a scrivere queste cronachette… Con notevole sollievo delle patrie lettere, dirà qualcuno…

Comunque, poi, Francesco si era anche fatto la Spagnola. Parlo della famosa influenza, non di una ballerina di flamenco di passaggio. La grande pandemia. Quella vera. Non inventata da virologi mediatici e politici arruffoni… Cinquanta, forse più, milioni di morti nel mondo. In Francia, fra gli altri morì Apollinaire. Ungaretti, che era andato a dirgli che la guerra era finita, lo trovò morto nella soffitta di Parigi doveva abitava. Il 9 novembre del 1918…Solo in Italia i morti furono circa un milione…

Ma Francesco, il mio bisnonno, la Spagnola la superò. Con i rimedi di quella volta. Fumava toscani e beveva grappa distillata in casa. E continuo’ a lavorare. Senza quarantene. Senza lockdown…

Ne parlava poco. Ancor meno che della guerra. Entrambe, guerra e grande epidemia, gli sembravano cose normali. Cose che accadono. Episodi della vita.


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