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Dicono che l’Harry’s potrebbe non riaprire. Le nuove regole sui locali, le geniali procedure di distanziamento, i diktat della nuova teocrazia sanitaria…

Come per tanti altri locali sparsi in Italia una condanna ad una, inutile, lunga agonia. Meglio, dunque, un taglio netto. Una morte dignitosa. Per altro, al di là dello sconforto, quello dei Cipriani è ormai un marchio di qualità diffuso in tutto il mondo. Un giro di affari del quale l’Harry’s, antico di nove decadi, rappresenta ormai solo il simbolo…

Perché dannarsi l’anima lottando contro la stupida ottusità dei DCPM con cui è stata, di fatto, abrogata ogni libertà? Certo, c’è l’amarezza di Arrigo, il continuatore della fatica dell’ormai leggendario patron del locale, Giuseppe. Che lo fondò nel ’31. Ma Harry’s è, comunque, un’ azienda destinata a continuare…

Ma forse non in Italia. E, soprattutto, non a Venezia. Segnando, con la sua chiusura paventata, un’ulteriore perdita della dimensione internazionale del nostro paese. Un suo chiudersi, divenire sempre più ristretto. Piccola provincia periferica, ai margini del mondo. Il Burkina Faso dell’Europa, per dirla con un “amico amerikano”. E mi scuso per la battuta, ingiusta nei confronti di Thomas Sankhara, uno dei più grandi leader africani…

Locali come l’Harry’s non sono, solo, ristorazione di lusso per, pochi, privilegiati. Hanno una storia diversa. E, soprattutto, rappresentano un’altra storia. La storia di un’Italia che, nonostante tutto, continuava ad essere un riferimento culturale a livello planetario. Un crocevia di storie, lingue, culture. Uomini.

Li si sedeva Somerset Maugham, e Peggy Guggenhaim poteva conversare di arte con Braque. Lì passavano Charlie Chaplin e Orson Welles, quando la Mostra del Cinema non era ancora stata derubricata a evento da terzo mondo, per i furori iconoclasti, e piccolo borghesi, del ’68…ed Hemingway forse pensò ai tavoli dell’ Harry’s le pagine dei suoi ultimi romanzi…

Molti grandi locali storici stanno scomparendo lungo tutta la Penisola. La quarantena prolungata è stata, in fondo, solo l’ultimo colpo di grazia.

Il Caffè Greco di via Condotti a Roma, dipinto nelle affollate tele di Guttuso. è da tempo sotto sfratto. Nell’800 era il ritrovo della colonia di artisti e letterati tedeschi che frequentavano Roma. Schopenhauer si sedette nella sua penombra…

A Firenze, Le giubbe rosse, dove nacque, con un’epica rissa tra Soffici, Marinetti e Boccioni il Futurismo toscano e poi quella geniale rivista che fu Lacerba, è fallito. La nuova proprietà, ne ha fatto un locale per turisti mordi e fuggi… Chissà che ne penserebbe Palazzeschi che era uso frequentarlo. Forse gli verrebbe voglia di evocare il suo Incendiario…

E non è ridotto meglio il Florian di Venezia. Il più antico Caffè d’Europa. L’archetipo, se vogliamo. Dove sedevano gli Inquisitori della Serenissima. E da dove Niccolò Tommaseo e Daniele Manin lanciarono il segnale della rivolta…

Questi locali, come dicevo, raccontano, o meglio raccontavano storie. Storie di un’Italia che non era, magari, ancora unita, piena di contraddizioni, anche povera. Ma che restava comunque, uno dei centri del mondo. Un magnete per le intelligenze artistiche. Per gli spiriti creativi. Per gli ingegni inquieti…

Ora, però, tutto questo e dimenticato. Classi dirigenti ( per modo di dire) la cui cultura non va oltre un dozzinale programma televisivo. Un popolo sempre più involgarito, e compiaciuto della propria meschinità. Il disprezzo, o peggio la pietà del resto del mondo…

Ormai siamo, per rubare le parole al grande Piero Buscaroli, solo un paesaggio con rovine…


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