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Noi eravamo i gattopardi. I leoni. Dopo di noi verranno le jene, gli sciacalli…

Chissà che ne direbbe, oggi, il Principe di Salina, se potesse vedere le condizioni di quest’Italia di cui aveva assistito alla nascita. Scettico d’antica razza, probabilmente non si stupirebbe più che tanto del degrado politico imperante. In fondo lo aveva previsto. Sciacalli. Jene. La stagione dei gattopardi, dei leoni era già finita ai suoi tempi. Lui stesso si sentiva, in fondo, un sopravvissuto. Il relitto, elegante, di epoche passate.

Jene e sciacalli li aveva previsti. Con lucidità. Con quello sguardo disincantato di chi è da sempre abituato a non farsi illusione sulla natura umana. E sulla natura del potere. D’altro canto doveva conoscere bene Machiavelli, anche se Lampedusa non ce lo dice. Golpe et Lione. Il Principe questo doveva essere: astuto come una volpe, feroce come un leone. Ma erano uomini grandi quei principi. Feroci, certo. E diabolicamente astuti. Ma grandi. Erano gattopardi.

Jene e sciacalli hanno una crudeltà volgare. Meschina. Perché nella ferocia vi deve essere grandezza. E intelligenza. Nella crudeltà vi è solo il basso istinto dell’accaparratore. La furbizia volgare e sguaiata di chi non sa neppure cosa sia la forma. E, soprattutto, cosa siano le forme del potere. E come vadano gestite.

Dai tempi del Principe di Salina la caduta è stata sempre più veloce. Caduta di stile. Degrado di intelligenza politica. Del passato sopravvivono le forme di gestione più deteriori. Come gli accordi sottobanco con Mafia e Camorra per gestire il territorio in momenti di crisi. Li facevano già i Borboni. E prima di loro i Viceré spagnoli. Ma sapevano farlo. Concedevano, ma non si svendevano. E mantenevano intatta la loro autorità. Erano leoni, appunto. Gli sciacalli si uniscono ai loro simili, e spolpano il cadavere sino a triturarne le ossa. Non resta nulla, alla fine.

Fabrizio di Salina non si meraviglierebbe di questo. Forse guarderebbe con malcelato disprezzo la nuova progenie di soprofagi. Incolti. Rozzi, sovente ridicoli… La caricatura, cattiva, di quelli dei tuoi tempi.

Qualcos’altro però lo lascerebbe davvero stupefatto. Gli italiani. O meglio i popoli che, ai suoi tempi, erano stati unificati manu militari. E fatti diventare italiani. Anche se i più non sapevano cosa ciò volesse dire.
Erano popoli rudi. Con un tasso di analfabetismo stratosferico soprattutto nel mezzogiorno. Abituati a governi autoritari. E a lavorare duramente.

Ma erano anche genti orgogliose. Temprate da una secolare storia tormentata. Abituate a sopportare, certo. Ma non a subire. Capaci di improvvise ribellioni. Di difendere il proprio orgoglio col coltello.

Erano genti forse di poca disciplina, ma di coraggio autentico. Guerrieri e briganti, non soldati.

Ma non avevano paura di morire. Non più che tanto. La morte era accettata come naturale. Parte del vivere. E non avrebbero mai svenduto la propria dignità in nome del diritto alla salute. O alla mera sopravvivenza.

Tornasse oggi, il vecchio Gattopardo proverebbe ripugnanza vedendo questi “italiani” subire ogni angheria, anche la più stupida e irragionevole, senza reagire. Anzi felici di portare le catene, o altri segni di servitù. Come guanti e mascherina. E riderebbe amaro, vedendo a chi si prostrano, oggi. A un morbo… quando per secoli avevano convissuto con ben altre pesti. Continuando a vivere. E a delle jene che questo morbo, o meglio la paura di questo, sfruttano senza ritegno alcuno. E senza stile e intelligenza.

Forse ricorderebbe che il governo dei Gattopardi era stato definito, con sprezzo, “festa, farina e forca”. E sorriderebbe ironico constatando che qui, oggi, è rimasta solo la forca. E che molti sembrano esserne felici.


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