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La fantasia è importante. Anzi, fondamentale. Per Vico è ciò che ha permesso all’uomo di elevarsi al di sopra dello stato ferino. Di dare inizio alla civiltà. Nozze, tribunali ed are… per dirla col Foscolo.

Ed è proprio in un momento come questo che la Fantasia diviene vitale. Perché la ragione – che , sempre secondo il Vico, la uccide e le subentra – non regge più. Anzi, produce fantasmi e mostri, come nelle fosche previsioni del Leopardi. Nutre le nostre fobie. Alimenta i nostri terrori. Che ci conducono verso l’auto distruzione. Paradossalmente, proprio perché abbiamo paura di morire. Ovvero, per timore di ciò che, in fin dei conti, prima o dopo, diviene inevitabile, corriamo come ratti impazziti verso un disastro epocale e collettivo. Che sarebbe, invece, evitabile.

Dunque, ricostruire la civiltà. Non lasciarsi ridurre dal panico a bruti. Quali stiamo sempre più diventando in questi giorni. Ridotti a bisogni primari. Rintanati nei nostri antri.

E quindi riscoprire la potenza creativa del fantasticare. Del liberare la nostra mente dai pensieri correnti e ossessivi. E lasciare che a pensare sia il cuore. Come insegna il Tao Te Ching.

Nessuna pretesa di istruzioni yoga e/o misteriche. Il web ne abbonda a dismisura. E difficile è discernere la (molta) pula dal (poco) grano. Solo l’invito a lasciare andare la fantasia. Senza alcuna aspettativa. Senza attendersi alcun utile di ritorno.

È primavera. Dalle finestre posso vedere un mandorlo fiorito. Più lontano un glicine del quale mi sembra quasi che il vento porti sino a me il profumo. Mi viene in mente un haiku. Di Kobayashi Issa, credo. L’emozione di essere vivo, mentre il vento fa cadere una pioggia di fiori di pesco. Qui non ci sono peschi, ma fa lo stesso. Il filo sottile, ed intricato, della fantasia comincia a dipanarsi. Immagini di un Monaco buddista. In preghiera. Il tempio fra le montagne, il titolo del dipinto. Non ricordo l’autore. Il tempio non si vede. Solo la figura inginocchiata, appena percettibile. C’è la nebbia.

Poi, neve che cade sui peschi fioriti. Neve di primavera. Mishima, il primo romanzo de Il mare della fertilità. Fantasticare è lasciare andare la mente. Leggera, per libere associazioni. Non addormentarsi, però. Non sognare. È altro. Restare desti sulla soglia. E osservare.

La bellezza, l’eleganza sono fatte di particolari. Un fiore nel vento. Un fiocco di neve… E l’immagine di un samurai seduto in posizione zen. La katana nel fodero. Si intravede appena. È immobile. Sereno. Eppure… Potrebbe sguainarla all’improvviso. Un lampo. E colpire. Non un nemico, però. La propria ombra, piuttosto.

Combattere con l’ombra. Una tecnica antica. Cercare di essere più veloce dell’ombra, che equivale a spezzare la prigionia del tempo. Far risalire la sabbia nella clessidra. Dal basso verso l’alto. O contemplare una pietra che cresce, come nei koan de La roccia blu…

La fantasticheria si nutre della memoria. Di ciò che hai letto, udito. Visto. Esalta la percezione sensoria al di là del sensibile. Forse intendeva anche questo Orazio dicendo: Non morirò totalmente…

La fantasia ti fa cogliere la bellezza.
Ti dona un’emozione estetica. Che usa ricordi, citazioni, pensieri… Ma scende più in profondità. In abissi del cuore, ordinariamente oscuri e silenti.

Perché l’emozione estetica, la capacità di cogliere, anche solo sentire la bellezza è ciò che distingue l’uomo dal bruto.

È la chiave che apre il cancello del Giardino delle Esperidi. Dove fioriscono le rose e i frutti brillano come oro. E le Dee sorridono con lontani occhi di smeraldo…

Poi, certo, tutto finisce. Si torna con i piedi nel fango quotidiano. Ti giungono le voci che cantano, dissonanti, stonate … i soliti, sempre più tristi e disperati flash mob… Tra poco altro profluvio di notizie, ipotesi, promesse vane e vaghe. Borrelli, Conte… Il noioso ordinario di questo periodo straordinario.

Ma a te resta, comunque, il sentore di quell’emozione. Un profumo. Un’immagine. Uno sguardo.
La meraviglia di essere vivi. Non solo di lasciarsi esistere.


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