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Arriva la pioggia. Sottile, monotona, insistente. Il cielo è grigio. Meglio, penso. Così si sente meno l’oppressione del non poter uscire. Ma è un cercare di autoilludersi. È bello restarsene a casa quando sai che, volendo, potresti uscire.

Non così. Non costretto. Per il carcerato non cambia se piove o se brilla il sole. Vorrebbe, sempre e comunque, evadere. Soprattutto se sente come ingiusta la segregazione.

Evadere… Lenzuola legate alla finestra, stile Banda Bassotti…facendoti portare fuori chiuso in un sacco, stile Conte di Montecristo…. Fuga in auto a mano armata, forzando i blocchi, stile Bonny & Clyde… ma sono solo fantasie. E poi, mica c’è una Bonnie…

E poi evadere per andare dove? Fuori non c’è la libertà. Solo un’immensa prigione, le cui sbarre sono invisibili. Ma non per questo meno costringenti. Perché non vi è lima che possa tagliare le sbarre della paura. La paura degli altri, non la tua. Una società in preda al panico è una condanna senza appello anche per quelli che mantengono la mente lucida. Per gli apoti, per dirla col vecchio Prezzolini. Quelli che non se la bevono. Non siamo soli sul cuore del mondo, ma immersi nella rappresentazione che ci racconta una versione della realtà. Mettendo insieme centomila e passa rappresentazioni soggettive. È questa la nostra vera gabbia. Il nostro vero confino.

Resta solo la mente. E restano le storie, diverse, che possiamo leggere, ricordare. Raccontare a noi stessi. Ma devono essere storie remote. Che parlino non solo di altri luoghi, ma anche, e soprattutto, di altri uomini. O meglio di Uomini. Non di pallidi fantasmi che si aggirano con guanti e mascherina scrutandosi a vicenda con terrore.

Prendo in mano le “Fiabe Irlandesi” di James Stephens. Uno dei grandi scrittori e poeti della moderna Irlanda. Fu uomo legato al Sinn Fein. Una vita difficile. Un fisico infelice, tipo Toulouse Lautrec. Amico /nemico di Joyce, un conflittuale rapporto di stima. E cordiale antipatia. Nel senso etimologico del termine, andate a rivedervi il vocabolario di greco…

Raccontano, queste Fiabe, di Finn e dei Fianna, di Oisin, di guerrieri e fate dai capelli rossi , di antichi Dei e del nuovo Dio, il Cristo Bianco. Di druidi e santi monaci. E raccontano con il ritmo, la cadenza di un antico canto. Un canto intonato in una taverna fumosa, fumo di fuoco e di tabacco da pipa. Davanti a un boccale di Guinnes. Raccontano degli Uomini che furono, e che, forse, non sono morti. Si sono solo ritirati, e riposano nei Grandi Tumuli. Insieme al Piccolo Popolo. Fate, folletti, leprechauns…quelli che un tempo erano Dei.

Raccontano mille storie. Mentre fuori continua a piovere…


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