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In questi mesi mi è spesso tornato in mente Epicuro. Tant’è che sovente lo ho citato in queste Cronache. O meglio, ho citato il suo scritto più famoso: la Lettera sulla Felicità. Eppure, non sono mai stato un epicureo. Troppe cose mi hanno tenuto distante da quella dottrina.

Forse le critiche di Cicerone hanno inciso. Anzi, senza il forse. E poi nelle filosofie ho sempre cercato altro. Una Metafisica innanzitutto. E quindi una politica che ne derivi. Ed Epicuro non considera la metafisica. La politica, poi, la sconsiglia. Vivere appartato. Sfuggire gli impegni pubblici. Fondamentale in una concezione edonistica dell’etica… Che, da giovane, mi sembrava troppo materialistica. E limitativa. Insomma preferivo Platone e Aristotele.

In verità li preferisco ancora. Però nel tempo ho cominciato a rivalutare anche lui, il sempre sorridente Maestro del Giardino. Nome, per inciso, che deriva dalla sua casa di Atene, dove si rifugiò dopo essere stato costretto ad abbandonare la natia Samo ed avere peregrinato un po’ per la Grecia. D’altra parte era ateniese per parte di padre, un maestro di scuola. La madre, Cherestrata, era invece una maga. Cosa che mi è sempre sembrato essere stata erroneamente sottovalutata.

Perché Epicuro non fu, a ben vedere, un filosofo in senso stretto. Non come lo intendiamo comunemente oggi, per lo meno. Nascesse oggi farebbe lo psicologo probabilmente. E con successo. Sì, lo so. La mia interpretazione è inevitabilmente falsata dal fatto che, dei suoi scritti originali, ci è restato davvero poco. Tre lettere filosofiche, riportate, con altri frammenti, da Diogene Laerzio il biografo dei filosofi. E altri frammenti di scritti ritrovati nella villa che Filodemo di Gadara, epicureo d’età romana, conservava nella sua villa di Ercolano. Ci mancano quindi tutte le opere scientifiche e sulla natura, che ispirarono Lucrezio. E quelle che , probabilmente, scrisse anche sulla logica…

Tuttavia resto convinto che l’essenziale di Epicuro sia in quei pochi scritti rimasti. E nelle opere dei suoi seguaci, latini soprattutto. E poeti. Lucrezio, Orazio.

Ed è importante che siano proprio i poeti a ridarci il pensiero di Epicuro. Ciascuno a suo modo naturalmente. Lucrezio con la visione tragica che lo fa grande. Orazio sorridendo. Da vero porco del gregge di Epicuro, come ha voluto definirsi.

È importante perché i poeti vivono con intensità passioni ed emozioni. E le soffrono. Pagando uno scotto più alto degli altri uomini. Come T. S Eliot ebbe a dire di se stesso.

Epicuro è un utilissimo manuale di sopravvivenza. Ti insegna l’arte di lasciare la presa. Di farti scivolare addosso le tensioni che vengono dall’esterno. Di bastare a te stesso. Di poggiare solo su te stesso. E di non avere paura soprattutto. Di non farti coinvolgere dalle psicosi collettive.

Di questi tempi un maestro prezioso.

Sinceramente provo poco interesse per la sua anti – metafisica, per quegli Dei ignavi che si crogiolano negli intermundi. E la sua fisica mi sembra di interesse solo storico, ormai. E la non partecipazione alla vita pubblica… beh non appartiene alla mia natura. Nonostante le molte delusioni di una vita. E anche riguardo all’amore… resto un inguaribile passionale . Insomma, continuo a guardare altrove. A Platone. Ad Aristotele…

Ma in questi mesi difficili – e non solo, non tanto per il virus, quanto per… ciò che ti circonda e che ti assedia – Epicuro mi ha aiutato. Mi ha insegnato a sorridere nonostante tutto…


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