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Riprendo da dove ho lasciato ieri. In questi giorni di inattività il tempo se dilata, diventa lento. Lentissimo. E i ragionamenti, i discorsi si snodano anch’essi con insolita pigrizia.

Dunque. Il coraggio chi non ce l’ha mica se lo può dare… diceva don Abbondio… Già, ma che cos’è il coraggio?

Etimologicamente, l’agire dal cuore. Di qui espressioni come “metterci il cuore”, “gettare il cuore oltre l’ostacolo”…

Detto tutto… e detto niente. A meno che non si ricordi che il “cuore” non è, solo, una pompa che funziona ad impulsi elettrici. È il centro, tradizionalmente, del pensiero più profondo. Quello non sfibrato dalla dialettica mentale.

Ma torniamo all’enigma di don Abbondio. Al coraggio. Che come altre cose fondamentali può, innanzitutto, venir definito solo in negativo. Ovvero dicendo cosa non è.

E sicuramente il coraggio autentico non è la ricerca dell’adrenalina. Dell’emozione forte. Non è fare bungee jumping, tanto per intenderci. Così come la vera forza non consiste in muscoli gonfiati con gli steroidi…

Il Coraggioso non è colui che gonfia il petto e si esibisce come un pavone. E neppure il temerario che si slancia nel rischio per il piacere che prova nel farlo… Lo possiamo constatare anche in questo frangente. Quanti Rodomonti tatuati e palestrati vediamo terrorizzati dall’invisibile virus? Quanti post di rivoluzionari ed eroi solari ( sino a ıeri) che si genuflettono davanti al Signor Conte, pregandolo di chiudere tutto, di chiudere di più… Di chiudere più a lungo, onde garantire le loro preziose esistenze?

Il coraggio viene fuori quando c’è da affrontare qualcosa che non ci esalta, che non ci dà, in alcun modo, piacere. Che non nutre la nostra tracotanza. Il nostro senso di sé. Non è agitarsi. Non è esibirsi. Il coraggio è la dimostrazione di ciò che sei. Non di ciò che vuoi mostrare di essere. È sostanza. Non forma.

Un’immagine del coraggio è, per me rappresentata dalla scena finale de “Il 13 guerriero“, il capolavoro di John McTiernan con Banderas. Uno sparuto gruppo di Variaghi, immobili. Le asce in pugno. Che pregano i loro antenati. E scrutano la bruma. Attendendo il destino. Fermi. La schiena dritta.

Come il tenente Drogo sulle mura della fortezza Bastiani. Tutta la vita a scrutare il deserto. Attendendo i Tartari. Che, nel capolavoro di Buzzati, non arriveranno mai.

Ma noi sappiamo che, qualora fossero giunti, Drogo sarebbe stato pronto. E non si sarebbe nascosto in sacrestia. Come don Abbondio.


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