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Leggo, su fb, che, in una città italiana, un (mite) vecchietto, si sarebbe messo a tirare schioppettate dalla finestra contro i passanti. Coloro che osavano fare footing o, orrore!, una passeggiata.

È la punta di un iceberg. Ormai non puoi più uscire per fare la spesa o per portare un bambino a prendere una boccata d’aria in cortile senza che qualcuno non ti guardi malamente o, peggio, cominci a inveire contro di te dal poggiolo. “Vai a casa delinquente! Stai propagando il virus!”.

È triste dirlo, ma per lo più si tratta di anziani. Triste perché anch’io non sono, purtroppo, giovane, anche se ancora in età lavorativa causa legge Fornero.

Ma triste, sopratutto, perché è l’indicatore di un profondo degrado del nostro tessuto sociale. Un degrado, intendiamoci, non causato dalla pandemia. Che ha radici ben più profonde ed antiche. Il virus e, soprattutto, la paura indotta dalla clausura forzata, lo hanno solo reso drammaticamente evidente. I vecchi – al diavolo il politically correct – hanno paura di morire. Una paura boia. Naturale, certo. Come naturale la preoccupazione di figli e nipoti, di fronte ad un virus letale soprattutto per gli anziani visto che l’età media dei deceduti è, statistiche ufficiali, 81,5.

Ma…. Perché c’è un ma. Questa paranoia in cui stiamo precipitando, e che alla lunga produrrà più morti del virus stesso, va a nocumento dei giovani. Ovvero delle future generazioni. E non perché impedisce loro di ammassarsi in pub e discoteche. Ma perché sta pesantemente ipotecando il loro futuro, già non particolarmente roseo. Ai ragazzi viene negata di fatto l’istruzione, nonostante l’enfasi, tragicomica, sull’efficacia della didattica online. Vuoti di preparazione nello studio, insegnamento di cui non si sentiva certo il bisogno, visto le condizioni in cui, da tempo, versa la nostra scuola.

Sta venendo negata ai giovani, e ai bambini, non solo l’attività sportiva, vis in sé già grave, ma anche quella ludica, o addirittura semplicemente l’aria aperta. La dipendenza da video, l’asocialita’, l’obesità, già sin troppo diffuse, produrranno effetti devastanti. Senza contare la più pesante delle ricadute di questa situazione. Quella economica. La crisi del nostro sistema sta venendo pesantemente aggravata. Crisi del turismo. Dell’export. Fallimento di piccole aziende. Il futuro delle nuove generazioni è, a dir poco, fosco.

Il vecchietto che spara dalla finestra sui passanti perché li vede come una minaccia alla sua vita, è immagine simbolica. Di una gravissima frattura fra le generazioni.

Gli anziani dovrebbero sempre preoccuparsi dei giovani. Ovvero di garantire la continuità. Se vogliamo la Tradizione. Che, dal latino “trado” significa, appunto, trasmettere. Trasmettere sicurezze, relazioni sociali, patrimoni materiali e immateriali. Modelli di comportamento. Virtù. Oggi stiamo solo trasmettendo paura. La nostra, egoistica e autoreferenziale, paura di prendere il morbo. Di morire. Ci dovremmo, certo, occupare del futuro. Ma non del nostro. Di quelli che vengono dopo di noi. E che verranno. Ai quali stiamo lasciando un’eredita’ pesante. Avvelenata.

Intendiamoci. Non voglio minimizzare i pericoli rappresentati dala pandemia. Ne irridere le, giustificate , preoccupazioni per la salute degli anziani. Solo che chi è più avanti negli anni dovrebbe avere maturato senso di responsabilità e saggezza. Era questo che rendeva così importanti gli anziani nell’ordine di Sparta o in quello dell’antica Roma. Perché i vecchi sono i depositari della tradizione. Della cultura. Quando muore un vecchio muore una “intera biblioteca”, si dice in Africa. Dove il senso di comunità, e di continuità fra le generazioni, è ancora forte

Ma una generazione di anziani che è pronta a tutto pur di continuare a campare… Che è disinteressata al futuro del proprio popolo, alla continuità della propria stirpe, e che si preoccupa solo di avere ancora qualche anno a disposizione, magari per passare il tempo a guardare i cantieri o a leggere i necrologi sui giornali… Una generazione di anziani così, è il segno della fine della storia. Della crisi. Irreversibile, di un’identità nazionale. Un male molto peggiore del famigerato coronavirus. Che la pandemia ha solo portato alla luce.


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