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Lo so. Un titolo come questo è un azzardo. Anzi, peggio. Un atto di tracotanza intellettuale. Ybris, come la chiamavano i greci, che ne fecero la causa scatenante del tragico…

E questo non solo perché il poeta di “Donna me prega” è, in assoluto, uno dei più grandi lirici di tutti i tempi. Ma anche, e forse soprattutto perché “Cavalcanti” è il titolo che Pound diede ad uno dei due Cantos scritti direttamente in italiano. Il LXIII. Un gioiello, costruito sulla falsariga della “Pastorella” del fiorentino…

E allora perché tale titolo per una di queste mie cronachette rabberciate alla bell’ e meglio?
La ragione risiede in un sonetto cavalcantiano. Un sonetto di corrispondenza indirizzato proprio a Dante.

I’ vegno a te infinite volte / e trovoti pensar troppo vilmente…
È un rimprovero. Un rimbrotto. Da amico ad amico. E, per certi versi, anche da maestro ad allievo, visto che Dante giovane aveva guardato a Guido come al suo primo modello..

Comunque Guido è severo. Rimprovera Dante di volare troppo basso col pensiero. Di frequentare noiosa compagnia.

Cosa questa fosse è difficile dire. Forse criticava l’essersi, l’Alighieri, troppo impastato nella politica corrente, nelle trame elettorali e simili. Perché Guido era sì uomo di parte, ma ariscratico. Disdegnava i politicanti. Per lui le controversie si risolvevano con la spada… Tra uomini. Veri.

O forse alludeva ad uno sbandamento di Dante. Al suo frequentare donne non certo angelicate – e Beatrice, non a caso, gli tolse il saluto – e taverne. E compagnie poco raccomandabili. Come quel Cecco Angiolieri esule da Arezzo, per debiti e problemi con la giustizia. Cecco che cantava piaceri e divertimenti, gozzoviglie e collere. E che Dante frequentava. Tanto da arrivare a tenzone in versi con lui.

Comunque, quello che qui mi interessa non è il contesto storico. È lo scopo per cui Guido scrive questo sonetto. Che si rivela nel finale. Perché, dopo le accorate e dure rampogne, invita Dante a leggere quel sonetto “spesso”. Per fugare lo spirito noioso. E sollevare la mente invilita.

Non è solo poesia, dunque… O meglio lo è nel senso antico e arcano. È una formula magica. Un incantesimo. A suo modo, un esorcismo.

Cacciare, con la poesia, che è parole, ma parole creatrici, magiche, lo “spirito noioso”. Ovvero quello spirito, o spiriti al plurale, che vanno uccidendo la tua anima. Perché la noia uccide, ben più del dolore. Come intuì lucidamente Leopardi. La noia ti spegne. E questi spiriti sono vampiri che ti suggono le forze. Che si insinuano nelle tue paure e se ne nutrono. Che sfruttano le tue frustrazioni. Che allignano nelle tue tristezze.

Magari fosse oggi possibile usare le parole come forze di redenzione. Come ancora sapeva fare Guido. Ormai gli spiriti noiosi dominano. E i vampiri trovano molto nutrimento in un’umanita’ dominata dalla paura. Sembra di vivere in un film/incubo della serie di Blade.

Il mondo con i suoi fantasmi sembra ormai sul punto di schiacciare anche le, poche, anime nobili. Quelle ancora in grado di cogliere la bellezza. Che però celano, proprio per questo, forze e risorse da loro stesse sconosciute. Per queste possono bastare dei versi, pochi, per riaccendere il fuoco nel profondo. Per ridare luce allo sguardo. Ma ci vorrebbe un Cavalcanti. E temo che di uomini, e poeti siffatti si sia perso lo stampo…

Per gli altri, purtroppo, per quelli che non vivono paralizzati dalla paura di morire, sembra che non ci sia neppure questa speranza. Sono già paghi dei comunicati di Borrelli. E delle dirette fb orchestrate da Casalino…


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