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Tu vieni al mattino e mi doni la prima carezza…” cantava Juliette Greco. Una delle canzoni più belle mai ascoltate. Perché struggente e, soprattutto, perché vera.

La tristezza viene col mattino. Come la gioia, che, in fondo, è l’altro volto con cui si può presentare la luce dell’aurora…

M’illumino d’immenso…l’Ungaretti più citato, abusato. Incompreso. L’emozione di essere ancora vivo. Intensa gioia. Ma anche tristezza. E la tristezza non viene espressa. Non è nelle parole. È tutta nella pagina bianca intorno a quell’unico verso. È nel vuoto. E nel silenzio…

Perché la tristezza, questa particolare tristezza che ti desta, per dirla con la canzone, con una carezza, non si può esprimere a parole. Come la gioia, e ancor più della gioia, è emozione pura. Ineffabile. I poeti la possono sfiorare. E forse solo la musica la coglie nella sua pienezza. Perché è suono. Puro.

I mesi trascorsi hanno lasciato un pesante strascico. Un retaggio di paure, angosce, nevrosi… Di cui sarà difficile liberarsi. Graveranno a lungo sulle nostre vite. Condizioneranno le relazioni sociali. Rappresentano le catene più dure da spezzare. Non dubito che, più o meno presto, ci libereremo dei mediocri despoti e profittatori che tali paure hanno sfruttato e incrementato artatamente per miserevoli, più che oscuri, interessi. Ma della paura, dell’angoscia, liberarsi sarà più arduo. E molti non vi riusciranno mai…grande lavoro per gli psicologi. E per i confessori . Sempre che ne sia restato ancora qualcuno capace di esserlo davvero. Come il vecchio Curato di Ars…

La tristezza, però, è altra cosa. È propria degli animi forti. E nobili. Quelli che non hanno ceduto alla pressione. Che non si sono fatti ingabbiare. Che non si sono adagiati nel panico collettivo. Che hanno continuato ad essere se stessi. Nonostante tutto e tutti…

Però una mattina ti svegli triste. O meglio, è la tristezza che ti sveglia. Con un raggio pallido di sole che filtra tra le persiane. E che viene a sfiorarti i capelli.

Ti alzi. Ti lavi, ti vesti. Bevi il caffè… Ma lei è sempre lì. Nei tuoi occhi. Ti fa guardare in modo diverso il verde delle piante. Si insinua persino nei profumi del rosmarino e del glicine…

Non ha una spiegazione. O una ragione precisa. Non è un pensiero e neppure un sentimento compiuto. Una sensazione, che però perdura sul limite della coscienza.

Allora ti muovi. Ti metti a fare. Esci. Corri o cammini veloce. Ora si può. Hanno riaperto i parchi e i birri di manzoniana memoria sono spariti come d’incanto…

Se hai un giardino ti dedichi alla cura dei fiori. E ti fai curare da loro. Ti immergi nei colori, nei profumi della primavera. Per attimi sei Flora, l’antica Dea, così come l’ha rappresentata Botticelli…

Puoi anche scrivere. O suonare, se conosci uno strumento. Ed hai quel dono. Parole e musica leniscono la tristezza. Non la fugano, certo. Ma la rendono, in qualche misura, più dolce. Gentile.

Qualcuno ti potrebbe chiedere perché stai così… Ma non c’è risposta. Non parole, concetti per esprimerla. E poi chi fa certe domande non capisce. La paura può avere motivazioni, per quanto false ed astratte. La tristezza no. E non ha senso chiederne.

La tristezza non scompare di colpo. Non vi è un elisir, una formula magica. Si attenua. Il ritmo, monotono, della quotidianità a poco a poco prende il sopravvento. Lentamente diventa diafana. Evapora.

Ti resta, però, sul fondo, come sensazione. Emozione umbratile. Un’ombra che, tuttavia, cela in sé un mistero. E una sua profonda bellezza…


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