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Comincio a capire gli Americani. Che, all’annuncio della prossima quarantena, hanno affollato le armerie. Mentre da noi si dava l’assalto ai supermercati, per fare incetta di spaghetti e scatole di piselli, i cittadini statunitensi si sono messi ordinatamente in fila per acquistare fucili a pompa ed armi semiautomatiche.

Grande stupore dei nostri Media italici. Commenti sarcastici, ironici, sdegnati… I soliti barbari, stupidi e irrazionali.

E invece, mi sa che tutto il torto poi non ce l’avevano. Perché una cosa, qui da noi, dopo oltre un mese di clausura forzata, è ormai palese. Ti viene una gran voglia di metterti a sparare. E non conta se vorresti sparare sui pericolosi runners untori, o, all’opposto, su censori e delatori che da dietro le persiane ti spiano mentre fai quattro passi con tuo figlio. Il fatto è che la voglia di sparare ti viene. E, qualcuno, purtroppo, ha già cominciato a farlo..

Casi estremi, per carità… Resta però il fatto che sono segnali. Segnali di un degrado dei rapporti sociali e delle relazioni interpersonali senza precedenti. Lo so, tema di cui ho già parlato. Fors’anche abusato. Tuttavia la retorica di questi giorni, i flash mob, l’inno nazionale, i proclami “Andrà tutto bene!” “Inizierà la ricostruzione” e, soprattutto, “ne usciremo migliori e ci abbracceremo tutti” non si limitano più ad infastidirmi sotto il profilo estetico. Mi inquietano. Perché mentono per mascherare i rischi di una società sempre più disgregata e anomica. Perché questa emergenza sta facendo emergere il peggio di noi. Come individui e come popolo.

Vigliacchi, paurosi, creduloni – ci beviamo persino le bufale cucinate da Casalino – proni al potere, deboli con i forti arroganti ed egocentrici…. E potrei andare avanti.

Inutile dirmi che ci sono le eccezioni. Ci sono. Ma non rappresentano la massa. Ed è la massa che si troverà a dover affrontare la difficile stagione del dopo.

È diventato di moda, per altro, fare alati paragoni con l’Italia del secondo dopoguerra. Un’Italia di macerie. E spaccata da una guerra civile, che ha a lungo gravato sulla nostra coscienza nazionale.

Ma allora, nonostante tutto, c’erano uomini, che si erano temperati nella guerra. Che magari potevano anche odiarsi, ma che condividevano un comune un senso sociale. Che avevano una qualche capacità di abnegazione.

Ma da queste macerie che cosa può venir fuori? Un popolo di pavidi incapaci di guardare oltre il proprio tornaconto personale. E ciechi all’interesse comune.

La paura, la grande paura ha messo in luce la fragilità della nostra unità nazionale. Ogni regione si è chiusa in se stessa, dal punto di vista morale prima ancora che fisico. Le accuse reciproche, e persino gli insulti si sono sprecati. Antichi e nuovi rancori sono emersi con prepotenza.

I vecchi si sono messi ad odiare i giovani. E questi certo li ripagheranno, appena possibile, di ugual moneta. Le categorie garantite economicamente – pensionati e dipendenti pubblici, – si sono completamente disinteressate di quelle che la quarantena sta riducendo alla fame… L’odio, seme pericoloso, è stato seminato ovunque. Anche per colpa di chi ha trovato nella tragedia occasione di autoaffermazione. O, peggio, insperata occasione di potere. Fare i nomi sarebbe inutile. E l’elenco lungo.

No. Non sto pronosticando una futura guerra civile. Dai conflitti interni i popoli, prima o poi, risorgono. Da questo sfacelo morale, oltre che economico sarà molto più arduo trovare una via d’uscita. Perché non vi sono due fazioni in lotta. Piuttosto siamo ad una sordida guerra di tutti contro tutti.

Dovevo andare in armeria, come gli americani. Non al supermercato a comprare 30 scatole di fagioli…


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