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Ho molte preoccupazioni… Sono preoccupato /a…. Frasi che sentiamo dire di continuo in autobus, da amici ed amiche, al telefono, in chat. È un’espressione significativa. Emblematica dei tempi in cui viviamo. Del modo in cui viviamo, soprattutto. Preoccupati, appunto.

Già… ma chi significa, poi, “preoccuparsi”?
L’etimo è abbastanza evidente. Pre-occuparsi : occuparsi di qualcosa prima che questa sia. In buona sostanza avere paura. Perché altri non è che quello che dice ancora una volta Dante “l’anima tua è da viltade offesa.” Così Virgilio all’inizio del grande viaggio, canto II dell’inferno, ad un Dante pieno di dubbi. Di preoccupazioni. Viltade che distoglie spesso gli uomini dalle imprese, prima ancora che queste abbiano inizio. E gli uomini si comportano come bestie, spaventate dalle ombre.

Le preoccupazioni null’altro sono che ombre. Non hanno sostanza di realtà, perché proiettate in un futuro indeterminato. Di cui nulla possiamo sapere.

Certo, vi sono preoccupazioni che un fondamento reale sembrano averlo. Un genitore anziano, in declino fisico e mentale. Un figlio problematico. Forti tensioni nell’ambito lavorativo. Problemi economici , diffusi a macchia d’olio nell’epoca presente. Vero. Tuttavia di fronte ai problemi serve agire. Qui ed ora. Non consumare inutilmente forze e salute nell’aspettativa ansiosa di ciò che avverrà.

In fondo il nostro problema è sempre lo stesso: il timore del futuro. Che è una declinazione della paura dell’ignoto.

Tendiamo a vivere rivolti al passato. Idealizzandolo anche se infelice, come insegna Leopardi. E così facendo rendiamo più pesanti e forti le catene che noi stessi ci siamo costruiti. Continuiamo a sentirci legati a cose, a persone, che ci procurano solo sofferenza. Da tempo, ormai. E stiamo male. E ci preoccupiamo. Perché temiamo il futuro. Nei legami col passato vi è pur sempre qualcosa che ci rassicura, perché ci è noto. Davanti a noi vi è solo la traversata nel deserto. Il rischio.

Agire non è mai facile. In primo luogo perché è necessario farlo nel presente. E noi non percepiamo il presente. Viviamo con lo sguardo legato al passato e con il timore del futuro. Il presente è la sfida di Faust paradigma dell’uomo moderno.

Don Juan – ancora lo stregone guerriero yaqui di Castaneda, non il libertino di Tirso de Molina – usa un’immagine molto significativa. Sei sul ciglio del burrone, due leoni di montagna affamati ti circondano. Non hai vie di fuga, ed hai anche una scarpa slacciata. Bene, allora allacciati la scarpa in modo impeccabile. È l’unica cosa che ricada nel tuo potere. È saper cogliere l’attimo presente. Senza esaurirsi nella preoccupazione per il futuro.

Bisogna saper lasciare la presa sulle cose, i pensieri, le persone che ci causano solo sofferenza. E che ci rendono impotenti. Bisogna non lasciarci condizionare dalle preoccupazioni. Che come i fantasmi di “Cuore di tenebra” vengono ad inquietare le nostre notti.

Bisogna, semplicemente, accettare di vivere. Anche se vivere è un rischio. Perché Mefistofele è sempre lì, pronto a proporci un patto. E questo patto ci preoccupa. Tuttavia Faust ha rischiato. Non è rimasto chiuso fra i suoi libri, a cullarsi nelle delusioni della vita. Ha rischiato e, secondo Goethe, ha vinto. Non secondo Marlowe, certo. Ma dobbiamo sperare che quella giusta sia la versione del grande tedesco.


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