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Guardo quelle ciabattine candide di spugna e l’asciugamano bianco sul letto.
Il quadro con le vele come ali sul mare alla parete.
Penso alle creazioni artistiche e ai petali di rosa nelle ampie camere d’albergo dal profumo speziato del Mar Rosso.

Provo il funzionamento della cassetta di sicurezza come prima garanzia di soddisfazione, unitamente alla efficienza del phon.
Apro gli armadi e il frigo bar come una bambina davanti ad un nuovo gioco da provare.
Accendo la tv per vedere se funziona.
Controllo il bagno e le fantastiche boccettine colorate e saponette che saranno mie senza averlo chiesto.

No, non sono Irene del film “Viaggio sola”, anche se adoro quel personaggio e trovo affascinante il suo lavoro di ispettrice di alberghi di lusso.
Da sempre subisco la fascinazione della camera d’albergo.
Quando lo racconto spesso non vengo capita, in quanto per molti è solo una fredda stazione di passaggio.
Per me è casa, anche se per poco e la provvisorietà caratterizza la sua bellezza.

Chiudo la chiave (che ormai più spesso è una tessera elettronica con cui sfiorare un lettore e da inserire in apposito supporto che controlla l’impianto elettrico) e me la godo per il tempo destinato, sapendo di poterla lasciare senza rimpianto e di poterci tornare quando mi va.
Infatti non chiede nulla, se non di essere usata, o meglio vissuta.

E’ trasgressione, fuga, riposo, rifugio, non necessariamente in questo ordine.

Esiste la “cameropatia”? Neologismo discutibile, ma capiamoci, per me si, se penso alla gioia che mi regala una bella camera quando ne guardo i particolari raffinati da vicino, ne respiro i profumi, ne assaporo il panorama dalla finestra e alla tristezza che riesce a trasmettermi una camera squallida, maleodorante e colorata del grigiore della trascuratezza e ancora quando rifletto sulla pace che promana dal suo silenzio o sul nervosismo dai suoi rumori molesti.

Da dove nasce questa passione? Forse dall’infanzia e dal calore delle vacanze in famiglia, “ben essere” sospeso ed indelebile, quasi magico o dall’appagamento del desiderio di libertà delle prime scorribande adolescenziali.

Quel che è certo è che ogni camera è legata a persone, luoghi, ricordi, situazioni, sensazioni, emozioni.

Non è solo una camera. E’ uno scrigno prezioso senza parola – quasi un vaso di Pandora – da cui fuoriescono, all’ultima sollecitazione, ricordi e immagini nei quali passato e presente si fondono in caldi piccoli istanti di vita.

Non mi stupisco che la camera d’albergo possa essere scelta come ultima dimora ideale – perfetta metafora del passaggio che è questa vita – come nella canzone capolavoro “Les amants d’un jour”. L’immagine della versione italiana “gli ho dato le chiavi di quel Paradiso e ho chiuso la porta sul loro sorriso” io la comprendo a fondo e la sottoscrivo.


Le opinioni dei lettori
  1. Enrico   On   23 Maggio 2019 at 10:34

    Mi hai “costretto” ad andare a riascoltare la grande Edith Piaf che canta Les Amants d’un Jour e te ne ringrazio!

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