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Il nome di Antonio Stano lo dimenticheremo presto, è chiaro (per un riassunto della vicenda, si veda il finale della puntata del 27 aprile de ‘Le parole della settimana’).

Già adesso che è stato vittima di un orrendo fatto di cronaca i riflettori, molto più di lui, illuminano i criminali che lo hanno vessato fino a farlo morire nel modo peggiore, cioè togliendogli la voglia di vivere.

Oppure i genitori dei bulli adolescenti rei delle torture, che in alcuni casi oppongono un ottuso atteggiamento difensivo verso i figli e in altri, poveretti pure loro, si arrabattano come possono.

Ma la più significativa delle condanne mediatiche celebrate in questi giorni è quella contro i vicini di casa, accusati di aver tardato nel chiamare ai soccorsi, i quali non sono così riusciti a salvare il povero Antonio.

Ci vuole un’ipocrisia spudorata per fare moralismo sull’indifferenza, considerato che è probabilmente il peccato più grave e diffuso dei nostri tempi e della nostra società, la modalità consueta con cui ci relazioniamo con i matti, i fissati, i rompiscatole, i tipi strani. Quasi tutti evitiamo i vicini come Antonio.

Tra i tanti temi dei quali si parla e tra le tante parole che si usano per chiacchierare di politica, società, religione, valori, una che usiamo pochissimo è “infelicità”. E Antonio era infelice, soffriva di questa terribile e quasi sempre incurabile malattia nella forma peggiore, quella classificata come patologia psichica con tanti nomi diversi (la psichiatria guarisce relativamente poco, ma è abilissima nel classificare e diagnosticare) e a cui la sociologia, la tuttologia e la fuffologia aggiungono i loro: disagio, deficit, disadattamento, emarginazione, solitudine. Basterebbe dire infelicità, che però è una parola che ai parolai non piace, è troppo semplice, poco cool, come “buono” e “cattivo” (e come il suo contrario, “felicità”).

La politica, in particolare, ha perso gran parte del suo patrimonio lessicale: destra, sinistra, libertà, lotta, classe sono tutti termini obsoleti. I politici e i politologi rincorrono così sempre nuovi lemmi, come gli ormai onnipresenti sovranista, populista, accoglienza, integrazione…

Ma la felicità è relegata in un articolo costituzionale americano e nella stravagante misurazione utilizzata in Buthan al posto del Pil. Da noi è un termine e un concetto che si usa raramente, in genere quando esce l’ennesima classifica che ci posiziona una volta più su e una più giù, quasi sempre piazzando al top le nazioni nordeuropee dove i servizi funzionano, l’ambiente è rispettato, il reddito alto, la disoccupazione minima. Eppure – curiosi, questi ranking – in quei paradisi terrestri i conflitti sociali talvolta esplodono violenti e si registrano tassi di suicidio molto più alti dei nostri.

Quello che colpisce di più è però il silenzio della Chiesa, della religione, delle agenzie che dell’infelicità dovrebbero fare il loro core business, per così dire. Persino il Papa ne parla poco. A parte gli immigrati, che sono il suo primo e quasi unico pensiero, lo si sente spesso nominare gli ultimi e il prossimo, la misericordia e la compassione: termini importantissimi, densi di un significato che oggi si è perso, banalizzato.

C’è il volontariato, un forte movimento filantropico, c’è tanta gente laica e credente che si impegna e che destina tempo e denaro agli altri, in favore di cause nobilissime quanto mentalmente o fisicamente distanti da sé: stranieri di casa nostra oppure poveri di lande lontane; malati, handicappati e bisognosi, ma solo se iconizzati nell’immaginario dei benefattori.

L’impressione, il timore, è che si faccia molto meno per i vicini strani e magari fastidiosi come Antonio. Oppure per i parenti che attraversano un brutto momento. Per i conoscenti che avrebbero bisogno di un gesto più concreto del like sui social network. Per i propri anziani delegati alla badante o scaricati direttamente in ospizio. Per i parenti malati che hanno bisogno di una padella o di una carezza. Per quelli che si isolano perché si sentono troppo soli. Per quelli che non hanno amici e li cercano su Facebook.

Il massimo esempio della carità è il Buon Samaritano del Vangelo di Luca (i cristiani non hanno l’esclusiva della carità, ma detengono la golden share). Il Samaritano assiste un uomo bisognoso che gli capita di incontrare e che è, appunto, il suo prossimo: cioè vicino, colui che ci capita davanti, che sta con noi, accanto a noi. E che quasi sempre ignoriamo. Così come è capitato e purtroppo, probabilmente, capiterà ancora in futuro ad Antonio Stano.

Speriamo – lo diciamo con la massima fiducia verso le autorità – che non lo dimentichi la giustizia, i cui risarcimenti sono purtroppo sempre tardivi e che in alcuni casi sembra non comprendere quanto l’infelicità sia la misura più precisa della gravità dei reati e delle colpe umane.

La giustizia sarà chiamata anche a valutare un caso di Torino, per certi aspetti simile e per altri opposto, e comunque ancora oggetto di indagini.


Le opinioni dei lettori
  1. Laura Battisti   On   1 Maggio 2019 at 11:17

    Il giornalista ha colpito al cuore. Molti di quelli che si definiscono ‘volontari’ aiutano bambini, per lo più di paesi lontani perché i bimbi sono tutti belli e gioiosi, vuoi mettere invece asciugare la bava di in vecchio smemorato che domanda sempre le stesse cose o pulire una vecchia pelata e sdentata che se la fa sotto? O aiutare la vicina sola al mondo e per questo un po’ ‘appiccicosa’? Io non mi reputo ‘ferdente credente’ anzi…. Ma credo fermamente nel dovere aiutare, ognuno secondo le proprie possibilità, gli ultimi delle nostre città. Non perché gli immigrati non ne abbiamo diritto ma perché ne ha diritto anche il lontano parente alcolizzato che nessuno vuole a pranzo perché ‘non è presentabile’. Grazie Battista Falcone.
    Laura Battisti

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