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Il vento è caldo. E sembra pervaso di sole. Un sole rovente, accecante. Sembra soffiare dal deserto. E la città è essa stessa, ormai, un deserto…

Un tempo, che ora sembra lontano, questo mi stupiva. All’approssimarsi dell’agosto le città si svuotavano. Letteralmente. Per comprare pane e latte dovevi, spesso, fare chilometri. Con le sigarette andava anche peggio. Ricordo che a volte si era costretti ad imboccare l’autostrada, e raggiungere il primo Autogrill con spaccio di tabacchi.

Era l’agosto italiano. Le grandi ferie. La fabbriche del nord chiudevano i battenti, e una fiumana si riversava a sud, intasando le autostrade. Prendendo d’assalto stazioni ferroviarie e treni come manco il (semi) leggendario Ringo … Che è poi figura storica, almeno in parte. A metà tra fuorilegge e guerrigliero Confederato. Specializzato, appunto nell’assalto ai treni…

Non è più così da anni, ormai. Cambiati i ritmi di produzione, le abitudini. Lo scaglionamento delle ferie. E, soprattutto, le pretese. L’albergo in montagna dove andavo da bambino, era poco più che un rifugio. Camere spartane. Bagno sul ballatoio in comune. Menù fisso: primo, secondo, frutta o formaggio. Dolce solo la domenica. Ma ci stavamo un mese. Oggi, se non c’è piscina, sauna, et similia hai l’impressione di essere in una stamberga. Ma ci trascorri un fine settimana o poco più…

Così si passa gran parte dell’estate in città.
Quest’anno, poi, le regole astruse e assurde imposte dal Conte Zio – inopinatamente ancora in sella grazie all’ignavia e alla connivenza di chi a parole lo avversa – rendono le vacanze un mezzo inferno. O un incubo surreale. Vedi l’esercito che rastrella la spiaggia di Alassio…

Meglio, dunque, restare in città. Aspettando, sperando che la morsa si allenti…
Mio figlio per buona parte della giornata al Centro Estivo. Dove è felice. Non tanto per il calcio e la piscina, quanto perché ha incontrato una certa Francesca. E si è innamorato. Primo amore ingenuo, fatto di lunghe occhiate, pudori, timide avanches… ma, forse proprio perché non si aspetta altro, è, appunto, felice…
Io spesso al bar. Vicino a casa. Un ampio giardino, ombreggiato. Niente mascherine e niente bimbe di Conte.
La birra è buona. Le ragazze che la servono, simpatiche.

Però fa caldo. E nel meriggio la città si fa deserto. Non come durante la quarantena, certo. Ma quasi. Anche perché molti escono malvolentieri, se non costretti. La paura impera ancora, su molti. Troppi.

Comunque, nelle ore più calde e più desertiche, è possibile sognare ad occhi aperti. Come di notte. Solo che non contempli Luna e stelle, ma il vento assolato che arde le foglie dei pioppi. Preparando già i colori dell’autunno. Che sembra remoto, con questo clima. Ed in realtà è ormai prossimo…

Sognare il deserto e la sua musica. Una musica pervadente, come la chiamata del muezzin alla preghiera. Che il giovanissimo Ungaretti dovette ascoltare, portata dal ghibli, per le vie di Alessandria… E che, poi, ritornò nei ritmi, asciutti e melodiosi, della sua lirica.
Sognare un’oasi. Come isola beata nel deserto. Le palme, l’acqua fresca e limpida. Un’oasi sulla via per Damasco… non chiedetemi il perché… forse reminiscenze evangeliche… più probabilmente Omar Kayyam…
E una danzatrice. Una Donna coi capelli rossi, come le splendide circasse amate dai Signori del Corno d’oro. Gli occhi sfavillanti come smeraldi. Che danza, ad un ritmo sempre più rapido. Sempre più inebriante… E incendia ancora più del Sole. E del vento…

Poi, tutto finisce. Sento la televisione che parla dei decreti di Conte. Della minaccia rappresentata da una decina di bangladini – sani come pesci – trovati positivi allo sbarco… dei problemi sentimentali di Casalino…
E vorrei tornare a sognare il deserto. L’oasi e quella Donna…


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