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Vorrei essere Pickwick. O Snodgrass. O un altro membro dell’ineffabile circolo di gentiluomini. Ed andarmene in giro per l’Italia con lo stesso atteggiamento, venato di curioso umorismo, che questi avevano bighellonando per l’Inghilterra vittoriana. Per questa Italia del dopo Covid. Stralunata e stramba. Piena di contraddizioni e storture. Di contrasti sociali e miserie.

Potrei essere il corpulento e attempato Pickwick, e guardare con occhio ironicamente sentimentale, la nuova povertà, le code al banco dei pegni, i disoccupati, i locali chiusi. E un popolo di inebetiti che si aggirano in guanti e mascherina per le vie, di beghine e bigotti salutisti che continuano a spiare da dietro le persiane. E finire, magari, nelle maglie disumane della (cosiddetta) legge, per un fraintendimento, una sciocchezza. Una menzogna. E sperimentare il carcere, dove languono innocenti e colpevoli, tutti insieme appassionatamente… Ma i colpevoli sono colpevoli piccoli, poveracci che hanno rubato due mele, o non sono riusciti a far fronte ai debiti… Che i colpevoli veri, quelli grandi, sono fuori… Usciti in carrozza. Perché sono utili. Tengono buona la plebe…

O potrei essere Snodgrass. Augustus Snodgrass. E, nonostante gli anni e le esperienze, cercare ancora di trovare poesia intorno a me. Da dilettante, però. E magari innamorarmi, nonostante tutto…

Insomma, più che altro vorrei saper scrivere come Dickens. Il primo Dickens, quello umoristico ed ironico del Circolo Pickwick. Non quello tragico, e forse un po’ troppo sentimentale, delle opere più mature. Allora, forse, mi riuscirebbe davvero di raccontare questa italietta dell’anno zero. Del dopo quarantena. Della lunga , interminable convalescenza morale.

Perché questa non è più, ormai, la stagione per evocare il fantasma di Manzoni, con il Conte Zio, i bravi. I Don Rodrigo di provincia… Servirebbe un occhio diverso. Perché questo non è un dramma, ormai. E forse non lo è mai stato. Una tragicommedia, forse. Roba tipo “Secchia rapita” e le imprese del sire di Culagna… O il migliore dei mondi possibili, come ci raccontano i media, con iperboli che al beneamato Panglosse di Voltaire je fanno na….come si dice a Roma. E servirebbe la cattiveria illuminista del Candide, per descriverla questa nuova Italia. O anche lo scetticismo malinconico dell’altro Candido, quello di Sciascia.

Già… Chissà che scriverebbe Sciascia vedendo lo scempio fatto di ogni legge e di ogni libertà, in nome di un ipotetico diritto alla salute… E che direbbe Arbasino, non fosse morto proprio all’inizio di questa farsa. Come riscriverebbe i suoi Fratelli d’Italia – nessuna allusione alla Meloni, per carità! – che farebbe dire e fare alla, paradigmatica, Casalinga di Voghera… Forse la farebbe stare in fila al supermercato, bardata come un’astronauta…. Forse l’arruolerebbe d’ufficio fra le Bimbe di Conte…

Ma, tutto sommato, quella che ci vorrebbe sarebbe proprio la penna di Dickens. La capacità di dosare amara ironia e umana comprensione. Ridere e irridere, ma senza rabbia. Senza cattiveria. Sempre con un senso profondo di pena per la condizione umana
E questa è un’Italia che ispira veramente un sentimento di pietà. Soprattutto di pena per gli italiani. O meglio per ciò che ne resta. Una turba impaurita, che si è, rapidamente, adattata tutto. Proprio a tutto. Al prete che dà la comunione con i guanti di lattice….manco il Corpo di Cristo, se ci credi (e lui, il prete, dovrebbe credere no ?) potesse essere infettivo… al governo che gentilmente ti concede di fare una gita in campagna… Al distanziamento, alle promesse faraoniche e farlocche… Alle menzogne elevate a dogma…alla viltà e pigrizia trasformate in virtù civiche… Non può non fare pena un tale connubio di povertà materiale e miseria morale. Anche rabbia, certo. Ma se ci penso un po’ più a lungo, soprattutto pena. E per raccontarlo ci vorrebbe l’arte di Dickens. E lo sguardo del suo Pickwick…


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