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Una mia amica mi manda un video su Lovecraft. “So che ti piace” mi dice. Gentile. Ma non so se il Solitario di Providence mi piace davvero. I miei gusti, anche nella letteratura fantastica, vanno in altre direzioni. Tolkien, naturalmente. Uno scrittore sontuoso, con una incredibile varietà di toni, personaggi, ambienti.

Anche Lewis, soprattutto quello del Ciclo di Ramsom. Le Cronache di Narnia sono troppo… allegoriche. E astratte, in certo qual modo. Il rimprovero che proprio Tolkien muoveva all’amico, durante le serate degli Inkings.
E poi Howard, per il suo senso dell’epos. E Paul Anderson, per l’incredibile capacità di tessere narrazioni sospese fra storia e fantasia…

Ma Lovecraft… Una scrittura anche troppo asciutta. Ripetitiva in modo ossessivo. Atmosfere cupe e soffocanti. Assenza di eroi e di eroismo. E di umorismo, anche. Quello che c’è nel barbarico Conan howardiano. Rispecchia l’autore. Un solitario ossessionato dai suoi incubi. Un materialista che non credeva in nulla. Ma che sognava mostruosi Dei Antichi. E dava loro corpo con la scrittura. Influenzato da alcool e droghe… E che odiava gli uomini. Disse, se non ricordo male, che Hitler lo aveva deluso. Si era rivelato anche lui un moderato. Un piccolo borghese. Leggete la biografia di Lovecraft scritto da Houellebecq, e vedrete…

No. Non mi piace Lovecraft. Però ho sempre avvertito il suo potere di suggestione. Fino da quando, ragazzo, trovai i suoi Miti di Cthulhu, una vecchia edizione, in una libreria di Roma. Una sorta di antro, che si apriva su via Merulana. Una via di mezzo fra un antiquario e un covo occultistico. Un luogo strano, frequentato da gente strana. Tappa obbligata nelle mie periodiche discese nell’Urbe. Con ancora negli occhi le scene, e le atmosfere de “Il segno del comando“. Primo, ed inimitabile, sceneggiato a sfondo misterioso e magico. In una Roma alchemica….

Da allora, mi piacesse o meno, Lovecraft ha fatto parte del mio immaginario. Diciamo… della mia mitologia personale. Ne rappresenta il lato oscuro. Celato nelle profondità. Che in genere si affaccia solo negli incubi. Yogh Shotot, il Dio idiota e sbavante che gorgoglia negli abissi. Il Grande Chtulhu. E soprattutto lui, Nyarlathothep, il messaggero degli Antichi. Il Caos Strisciante che muta di continuo forma. Forse riflesso deformato del Vertumno etrusco e latino…

Gli Antichi che vivono esiliati nel Caos. E che , però, di continuo, premono contro la fragile bolla del nostro Cosmo. Per infrangerla. E ristabilire il proprio dominio…
Incubi, appunto. Che l’aurora in genere fuga e reprime nella nostra oscurità…

O per lo meno, così accadeva. Perché, oggi, Lovecraft si sta rivelando come una sorta di, anomalo e tormentato, veggente. Il giorno non fa più svanire i fantasmi degli Antichi. Yogh Shotot sogghigna vedendo torme di idioti aggirarsi come furie distruggendo i simboli della civiltà umana. La congiunzione degli astri deve aver liberato Cthulhu dal suo sonno nella sommersa R’lyhe. E il Caos strisciante fluisce tra noi, rivelando la viltà, la pochezza, la miseria della specie umana. L’incontistenza di quella che, con tracotanza, chiamiamo Storia. E che, per citare ancora una volta il Pascoli, altro non è che ronzio d’un’ape entro un bugno vuoto…


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