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Goethe dice che siamo esseri così limitati da pensare sempre di avere ragione. O meglio da ritenere che la ragione sia una. E assoluta. Naturalmente identificandola con la “nostra”.
È questo il limite. Non il corpo, coi suoi confini e le sue fragilità. Il limite che ci rende troppo umani, per evocare il fantasma, sempre presente, di Nietzsche. Ma essere troppo umani, implica il non essere veramente Uomini.
Il limite infatti è mentale. Non fisico. Anche perché la tecnica può farci superare tali limiti. Possiamo volare. Correre a velocità sempre maggiore. Sollevare incredibili pesi…. È il Superman della DC Comics statunitense. Declinazione popolare, e molto americana, del mito della tecnica coniugato con una lettura (parziale e superficiale) di Nietzsche. E, in fondo, delle idee del primo Filippo Tommaso Marinetti…

Ma non c’è macchina o tecnica che possa farci superare i limiti della nostra mente. Certo, computer ed altre diavolerie informatiche potenziano a dismisura la memoria, la capacità di calcolo, etc… Ma il limite mentale resta lì. Invalicabile. Come la Grande Muraglia. Che fu edificata dall’Imperatore Giallo non per impedire ai barbari di entrare dall’esterno. Ma per precludere l’uscita a chi vi si trovava all’interno…

Ed in effetti noi siamo prigionieri entro i limiti della nostra mente. E crediamo che la nostra, soggettiva e parziale, ragione sia La Ragione. La Dea degli illuministi e dei giacobini. Dea sfuggente e ingannevole, però. E se si legge bene Hegel, non fermandosi alla superficie, lo si comprende.

Perché è forse vero che tutto ciò che è reale è razionale. Ma la nostra ragione soggettiva non è in grado di comprenderlo. Perché non in grado di pensare senza i filtri della nostra psiche. Per cui crediamo di pensare, e di essere ragionevoli e razionali, ma, in sostanza, travestiamo da pensieri le nostre paure, i nostri istinti, le nostre pulsioni… Lo sperimentiamo quotidianamente. Anche, anzi soprattutto, in queste ore. Non guardiamo la realtà delle cose, bensì alle nostre paure. E le esprimiamo in veste razionale, con apparenza civica e, addirittura, scientifica. Paghi e compiaciuti delle nostre ragioni.

Freud, Jung, Lacan, anche quel pazzo geniale di Groddeck l’avevano intuito. Ed hanno provato a spiegarlo. Con i loro mezzi e le loro ubbie… Goethe lo aveva visto ben prima, e con molta maggiore lucidità. Abituato ad esercitarsi nell’osservazione della Natura, e nella pura astrazione matematica, aveva afferrato il nocciolo del problema.

Le nostre ragioni, che riteniamo sacrosante e assolute, non sono che la costante riprova del nostro limite. Del nostro essere imprigionati nel Labirinto della mente. Dove vicoli, corridoi, muri sono la proiezione di ciò che ci spaventa, atterrisce. Domina. Ombre prive di sostanza, dice Virgilio a Dante nel II dell’Inferno. Ma noi viviamo di queste ombre. E, in fondo, ci compiaciamo delle nostre paure. Pensare, pensare davvero costerebbe troppa fatica. E dolore. Perché richiederebbe di governare prima, uccidere poi il Minotauro che impazza nel nostro Labirinto.

Per farlo, però, ci vorrebbe Teseo… Al cui confronto Superman è, scusatemi, una mezza calzetta…


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