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In questa italia, volutamente con la minuscola, della New humanity, come dicono quelli alla moda,

del primato del diritto alla salute, delle mascherate fuori stagione, del salutarsi strofinandosi i gomiti, del distanziamento sociale, delle scuole trasformate in teche di plexiglas e dei bambini ridotti a pesci rossi nell’acquario, delle Bimbe di Conte con mascherine griffate, dei Ministri degli Esteri che non conoscono la geografia, delle Ministre dell’istruzione che aspirano a somigliare non ai predecessori De Sanctis e Gentile ( per fare solo due nomi) ma alla compianta Moana, dei dipendenti pubblici felici di starsene a casa in smarth working, a trastullarsi in pantofole e mutande…

In questa italietta priva di dignità e decoro, sbracata e disordinata, dove la vigliaccheria è divenuta virtù, la delazione senso civico, dove gli insegnanti non insegnano, gli studenti non studiano, i poliziotti perseguitano chi passeggia nel parco e ignorano chi spaccia droga ai ragazzi, i governanti si occupano dei monopattini e non di oltre mezzo milione di disoccupati….

In questa povera Italia dove il Colle è perennemente muto, i preti danno l’Eucaristia coi guanti (perché il Corpo di Cristo potrebbe essere infetto), dove tutte le libertà fondamentali sono state abrogate nel silenzio o addirittura con il plauso di troppi, dove il Sommo Pontefice non si sente più Romano, ma cittadino del mondo e migrante, dove i migranti sono divenuti l’unica industria che non conosce crisi e produce lauti profitti…
Insomma, in questo paese che non è una nazione, e che ha abraso dalla memoria la sua storia e, soprattutto la sua cultura, io mi sento a disagio. Anzi mi sento esule.

Esule in patria. Intendendo patria nel suo significato etimologico.. Terra dei padri. Degli Avi. Radici.
Non è una mia invenzione. La condizione di esule è uno stato dell’anima, non una mera situazione sociale e ambientale.

Dante, il grande esule, certo era stato costretto a lasciare la sua Firenze. E questo fu per lui perenne motivo di sdegno. E di dolore. Ma il suo girovagare per l’Italia, e forse non per l’Italia soltanto, il suo non riuscire mai a trovare pace, a rifarsi una casa, è indicativo di un’inquietudine, un tormento che va ben al di là dell’esilio materiale. Altri erano esuli come lui. E con lui. Tale messer Petracco, suo amico, notaio di parte bianca. Ma questi, però, per un po’ se ne stette tranquillo ad Arezzo. Poi prese la famiglia e si trasferì ad Avignone. E lì restò comodamente, crescendo i figli. Uno dei quali si chiamava Francesco. E sarà Petrarca. Che rispetto al cognome originario suona decisamente meglio…

Comunque, per Dante l’esilio era una condizione interiore. Il senso, crescente, di estraneità al suo mondo e, soprattutto, al suo tempo. È evidente nella canzone “Tre donne intorno al cor mi son venute”. Il cuore ove dimora Amore. Ma le tre Donne rappresentano altro. Forse, anzi certamente, allegorie. Fede, Speranza, Carità dice qualcuno. O, più facilmente allegorie della Giustizia. Perché la Canzone avrebbe dovuto aprire il XIV Trattato del Convivio, dedicato proprio alla giustizia. Che Dante, però, mai scrisse.

Giustizia Universale, Giustizia umana e Legge Naturale. Strettamente connesse nella visione aristotelica del Poeta. Tradite e disattese. Sedute sulla soglia, guardano L’Esule. E lo sdegno di lui non può che aumentare.

Poi vi è Foscolo. Che con l’Alighieri di consonanze ne ha davvero molte. Anche lui fu esule, per lunghi tratti di un’esistenza ribelle e tormentata. E nella sua opera, dall’Ortis alle Grazie ritorna quasi ossessivamente. Ma molti dei suoi capolavori, su tutti I Sepolcri, furono scritti quando esule non era. Eppure proprio in questi il tema è più intenso. Più che negli scritti dell’effettivo esilio londinese. Esule in patria lui stesso ebbe a definirsi. In una patria che amava, ma nella quale non poteva più riconoscersi.

Paragoni illustri. E potrei aggiungere il Cioran di “Lettera all’amico lontano”, ove l’esilio è condizione dell’ anima tanto per lui, riparato in Francia, quanto per Dinu Noica, uno dei massimi interpreti di Hegel. Che in Romania era restato. Vivendo l’alienazione dalla propria terra interiormente. E pagando in modo assai duro.

Ora io non sono Dante, né Ugo, né Dinu sono… Per citare ancora la Commedia… Ma nel mio pantheon personale ritrovo quelle figure il cui esempio, però, non mi consola. Anzi, rende più acuto questo crescente senso di estraneità. Più amaro questo esilio…


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