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Tutto sta mutando rapidamente. La lunga stasi della cosiddetta quarantena, o lockdown come dicono quelli alla moda, si è rotta. E si è rotto il silenzio, irreale, che avvolgeva la città. Il traffico, il rumore sono tornati imperiosi.

Come avessero vita propria, e non si curassero della pavidita’ degli uomini, che girano ancora grottescamente mascherati, che disinfettano di continuo le mani con gel dal dubbio odore. E dall’ancor più dubbia efficacia. Che si aggirano con aria spaurita e prestano ancora orecchio alla grande menzogna mediatica… Quello che conta è il rumore, il traffico. La graduale sensazione di normalità che sta, lentamente e inconsciamente, prevalendo.

Tutto scorre. Senza citare Eraclito, l’Oscuro, la caratteristica della vita è l’impermanenza. E questo è Buddha. O meglio la dottrina declinata da Nagarjuna. Che sta al pensiero orientale come Nietzsche a quello nostro. D’Occidente.

In sostanza, ci piaccia o meno, tutto muta. E, sia detto per inciso, il dittatorello dello Stato Libero di Bananas e i suoi accoliti si possono affannare quanto vogliono per far perdurare l’atmosfera di paura nella quale hanno fondato il loro, sordido, potere. C’è il traffico. C’è il rumore. Verranno spazzati via. Senza pietà. Perché l’animo degli uomini è mutevole. E il vento è cambiato. Animo, non a caso, deriva dal greco. E in greco “anemos” significa, appunto, vento.

È il tramonto. Uno di quei tramonti luminosi e interminabili che preludono al Solstizio d’Estate. Poche nubi, che mutano rapidamente. Perché c’è vento. Un vento fresco, insolito per questo periodo. L’oscurità incede con lentezza. La Luna è poco più di un quarto. Una falce vaga, diafana, che si profila appena tra azzurro e rosa che vanno stingendo…

Poi, improvviso, il cielo spegne i suoi colori. Viene il buio. E si affacciano le Stelle.

E le stelle stanno a guardare“. Un romanzo di Cronin. Mi colpì molto, da ragazzo. Ben prima dello sceneggiato televisivo. Tragedie umane. Amori, tradimenti. Lotte sociali fra i minatori. Cronin era socialista. Utopista.
Un grande intreccio, molti personaggi. Vite che svoltavano di colpo. Fortune che crollavano. Come la miniera, nei capitoli più drammatici.
Ma le stelle stavano lì. Immutabili. A guardare.

In fondo, ancora una volta devo tornare a Leopardi. Più scorrono gli anni, più lo comprendo. O meglio, più ne comprendo la grandezza. Da ragazzo non era così. Mi sfuggiva. Preferivo altri autori. Ma ora…

Vaghe stelle dell’Orsa…” Forse il suo incipit più felice. Uno dei più ariosi e struggenti della storia della poesia. Le Ricordanze. Il fluire dei ricordi, che è, poi, quello della vita. Perché la vita è essenzialmente ricordi, il presente, l’attimo, essendo sempre fuggente. Inafferrabile.

Però le stelle restano nel loro corso, immutabili. Quando Leopardi alzava gli occhi al cielo, dal balcone del Palazzo di Recanati, vedeva le stesse Stelle dell’Orsa che posso vedere io oggi, da questo terrazzino della periferia romana.
E posso vedere Orione inseguire vanamente le Pleiadi, come lo videro quegli antichi greci che gli diedero nome. E ne narrarono il mito.

La caccia di Orione è l’eterna ricerca. Della bellezza. Della perfezione. Della Donna. Evocando anche qui Leopardi, che la pose nel puro mondo delle idee. È la ricerca che non ha fine. E forse neppure inizio. Perché (non) si svolge sul piano del divenire. È. E basta. L’ottica di Parmenide. E i paradossi di Zenone.
L’Eleata ed Eraclito descrissero i due volti della vita. Leopardi li coglie entrambi. Nel flusso dei ricordi. E in quelle stelle. Fisse, come nell’Empireo. Dove Dante pone la sua Beatrice.

Divago. Sono ore stanche. Penso allo scorrere del tempo. Al mutare delle cose e al vano affannarsi per impedirlo. Provo la, per me strana, emozione della compassione. Per tutti i viventi, insegna ancora il Buddha. Persino per le creature più infime. Per i vermi che si cibano di cadaveri. Per coloro che sfruttano la paura della morte, umana troppo umana, per garantirsi un meschino potere… Sentimento fugace, anche questo…

Poi levo ancora gli occhi alle stelle. Imperturbabili. Guardo le Pleiadi. E, per un attimo, sogno Beatrice…


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