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La vita non è mai lineare. E non lo è quella che siamo usi chiamare Storia. Con la S maiuscola, come se fosse qualcosa di unitario. Una linea continua, appunto.
Ma non è così. Perché la cosiddetta Storia è il prodotto dell’azione degli uomini. Il tessuto di innumerevoli vite. Di particolari, come diceva il Guicciardini. E, quindi, è un intreccio di contraddizioni. Di storie. Al plurale, e con la minuscola.

L’immagine che, forse, più di ogni altra si attaglia alla storia, come del resto alla vita, è quella del labirinto. Un dedalo di vie, alcune ampie, altre poco più che cunicoli…. Di porte e pertugi. Di improvvisi slarghi ariosi e di strettoie, celle anguste. Alla fin fine, però, pur sempre una prigione.

Perché per essere una prigione, senza via d’uscita, fu concepito il Labirinto. Il primo, quello di Cnosso, progettato da Dedalo su ordine di Minosse. Per rinchiudervi Asterione. Il Minotauro.
Borges, unico per quanto ne so, si chiese cosa pensasse Asterione della sua prigione. Se attendesse, forse, la spada di Teseo come una liberazione…

L’immagine del Labirinto ha sempre evocato quella della vita. E quella della mente. Che poi, sono strettamente connesse. Anzi, secondo Schopenhauer praticamente identificate. Perché la nostra esistenza si dipana in un labirinto di rappresentazioni. Che siamo usi chiamare realtà. E così anche la cosiddetta storia.
Ne abbiamo la riprova in questi giorni. Il temuto Virus non è più un pericolo. Sempre ammesso che lo sia mai stato. Per lo meno nelle proporzioni della vulgata. Comunque ora non lo è più. Lo dicono i dati. Lo dicono tutti gli esperti. Quelli veri.
Tuttavia la narrazione dominante continua a far leva sulla paura. E molti, troppi continuano a vivere, o meglio sopravvivere come ombre mascherate, prigioniere in un carcere. E questo permette ad altri di ridisegnare arbitrariamente e secondo ben poco limpidi interessi il loro futuro. E quello dei loro figli. Quella, appunto, che viene chiamata storia…

Ma torniamo ad Asterione. Al Minotauro che si cela nel Labirinto. Ove corre selvaggio, si agita, emette versi inumani. E ben di rado riposa. Dante ne ha dato l’immagine perfetta nel Canto XII, sulla grande ruina, l’impervio ghiaione che conduce al VII Cerchio. Tra i violenti.
Senza fare psicoanalisi d’accatto, possiamo però dire che il Minotauro è in noi… come in noi, d’altro canto, è Teseo.

Ma Asterione sembra quasi compiaciuto della sua prigionia. Pensa di essere non un recluso, bensì il signore del Labirinto. E vi si aggira con arroganza. Con fare tracotante. È il padrone indiscusso, il protagonista. Ma non è lui ad aver disegnato la complessità dell’edificio. Altri lo hanno fatto. E il Minotauro è solo prigioniero della sua bestiale illusione.

Per altro il mito è complesso. Perché anche l’artefice, Dedalo, è prigioniero nel Labirinto. Che ha costruito. O che crede di aver costruito. Mentre altri ha determinato la sua opera. E di fatto la governa. Da fuori. Da un altrove non meglio determinato.
Chi crede di fare la storia, di muovere le pedine sulla scacchiera, sovente non è anch’esso che una pedina mossa a sua insaputa. Da Minosse. Che in tutta la narrazione resta celato. Come si addice a quello che, in fondo, è il Giudice dell’inferno.

Non è possibile uscire dal Labirinto per via ordinaria. Utilizzando la razionalità comune e superficiale. Umberto Eco, ne “Il nome della rosa” elenca, per bocca di Guglielmo da Baskerville, tutta una ridda di soluzioni teorizzate dai dottori della scolastica. Tutte perfette, ma astratte. E quindi inefficaci.
Dedalo, che comunque ne era stato il costruttore, lo sapeva bene. Non c’è logica che possa dipanare il mistero della vita e della storia. L’unica soluzione è elevarsi al di sopra. Delle passioni. Degli istinti. Delle paure, sopratutto che costituiscono le mura contorte del grande palazzo. E volare via. Ma per volare ci vogliono ali. E bisogna stare attenti. Perché le ali di cera sono effimere. E il sole può scioglierle in un istante.

L’unica, vera soluzione è quella di Teseo. Affrontare il Minotauro. Misurarsi con lui. Con la nostra paura animale. Ma per farlo occorre la consapevolezza di cosa sia realmente il Labirinto. Ed entrarvi tenendo ben presente un filo. Un filo tessuto da Arianna, che ti permetta di riemergere alla luce, dopo esserti immerso nelle profondità contorte della grande prigione. Il filo è essenziale. Ed è essenziale l’incontro con Arianna. Che permette a Teseo di essere l’eroe. E di riconoscersi diverso da Asterione.


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