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Einstein diceva che tutti hanno le potenzialità del genio, ma che se si pretende che un pesce si arrampichi su di un albero, quel pesce si sentirà per tutta la vita un povero ritardato…

Acuto. Come sempre. La pretesa di misurare l’intelligenza, il famoso QI, è solo un’astrazione. Costruita su parametri che vengono ritenuti logico razionali, ma che ben poco hanno a che fare con la realtà della vita. L’ennesimo fraintendimento della, famigerata, frase di Hegel: Tutto ciò che è reale è razionale. Affermazione che, per essere davvero compresa, richiederebbe un’esperienza del pensare altra da quella ordinaria. Perché il nostro comune pensare non è che pesare e misurare le cose. Quand’anche non sia un mero e torbido rimestare emozioni ed istinti subconsci.

Ma non tutto si può pesare e misurare. Goleman, nel suo “L’intelligenza emotiva” dimostra come il criterio del QI sia fallace. Anzi, direi, farlocco. E che esiste almeno un’altra intelligenza. Che non pesa e misura. Ma che permette di entrare in sintonia emozionale con le cose. Con gli altri. Con la vita. È l’intelligenza che si fonda sull’empatia. Che non soppesa, ma sente. Che non valuta, ma intuisce.

Antonio Ligabue veniva considerato dai suoi compaesani di Cencenighe, come lo scemo del paese. Oggi gli farebbero il test del QI, e lo classificherebbero come grave ritardo mentale… Guardo i suoi autoritratti tormentati. Quelle tigri fantastiche che sentiva divorargli l’anima. Era un genio. Uno dei grandi artisti del ‘900. Ma era anche un pesce. E gli altri volevano che si arrampicasse su un albero…
E si potrebbe dire lo stesso per Dino Campana. I suoi Canti Orfici sono di un’ intensità e una bellezza che trova ben pochi termini di paragone fra i contemporanei. Eppure era un matto. Uno sballato. Forse anche un delirante cacciaballe. Un pesce fra gli scoiattoli…

Certo, mi si dirà. Di artisti strani, alieni e alienati, la storia è zeppa. I vecchi poeti sono tutti un poco matti, diceva Saba. Ed Ernest Jones, allievo di Freud, ha studiato proprio il rapporto fra malattia mentale e creatività. artistica. Ma questo non inficia che l’intelligenza, quella utile alla vita e alla società sia l’altra. Quella che pesa e misura. Quella del QI.

Ma Goleman vi smentisce. L’intelligenza emotiva, proprio perché ti permette di comunicare con gli altri e di capirli, è garanzia di maggiori possibilità di successo in moltissimi ambiti. Da quello degli affari a quello politico. D’altro canto anche Cicerone ci insegna che il vero oratore deve avere il dono di intuire la sensibilità del suo uditorio. Come il grande attore. E l’uomo d’affari che si muove solo per schemi razionali al massimo è uno dei manager oggi tanto di moda. Incapace di creare. E quindi destinato solo a governare il fallimento. In Italia ne abbiamo la quotidiana riprova.
Paperon de’ Paperoni, geniale rappresentazione e paradigma del self made man, incarnazione del sogno del capitalismo, non è un arido manager. Un intuitivo, che rischia, che azzarda. Perché, appunto, quello del vero, primo capitalismo, celebrato nel personaggio creato da Carl Barks, era un sogno. Il mito della ragione che pesa e misura crea solo incubi. La differenza fra Paperone e Soros sta, sostanzialmente, in questo.

Nella mia vita di insegnante ho conosciuto allievi intelligentissimi, razionali, con quoziente elevato. Falliti alla riprova dell’esistenza. Perché pretendevano che fosse la vita ad adattarsi ai loro schemi. Mentre era necessario il contrario.
Altri sembravano tardi. O sognanti. O troppo persi nella fantasia. QI, a misurarlo, certo più basso. Hanno avuto successo. In molti ambiti. Eccellenti medici. Ottimi insegnanti. Avvocati brillanti… e potrei continuare. Avevano empatia. Intelligenza emotiva, appunto.

E poi guardate i Burioni. Le Capua. I tecnocrati, veri o presunti, oggi considerati oracoli. Non discuto la loro… intelligenza. Ma sono freddi. Incapaci di vedere al di là dei loro schemi mentali. E del loro egotismo.
Stanno portando, con le loro saccenti sentenze, il paese verso un disastro epocale. Morale e materiale. Perché non vedono. Perché non sentono. Perché sono prigionieri di loro stessi.

Vorrei che saltasse fuori un pesce che non pretende di arrampicarsi sugli alberi….


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