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Schopenhauer, con l’usuale acume venato d’ironia, è uno dei maestri del Dilemma. Antica arte dei filosofi, come il Paradosso. Solo che, questo, ha la funzione di sconvolgere la logica, quindi la rappresentazione ordinaria. Mentre il dilemma ti mette di fronte ad una scelta. Che, tuttavia, da qualunque lato la si guardi, appare sfavorevole. O meglio, tale da rendere l’opzione comunque negativa. Insomma, la padella e la brace…

Il Dilemma del Porcospino è, probabilmente, il più famoso posto dal filosofo tedesco.
Il porcospino è attratto dai suoi simili. Perché ha bisogno di calore. Di vicinanza. Di affetto. Di sesso.
Ma il suo corpo è coperto da aculei acuminati. Essenziali per difendersi da nemici e predatori. Ma se due porcospini si avvicinano troppo, rischiano di nuocersi a vicenda.
Per questo il porcospino è animale solitario. Non vive in branco. E deve sopportare il freddo, trovando da solo, dentro di sé, il modo e le forze per combatterlo.

È evidente che si tratta di un paradosso. Che non ha soluzione logica, e che ben poco ha a che vedere con il porcospino vero e proprio, i suoi usi e modi di vita. E molto, invece, con l’uomo. Che è animale sociale. Portato, per sua natura, a fare branco. Perché il branco tiene caldi e sicuri. E nel branco, nella vicinanza si può trovare il sesso. Anche l’amore talvolta. Due cose, per inciso, che possono coincidere. Ma che non vanno confuse, come cantava Julio Iglesias…

Tuttavia la vicinanza, i legami sono anche causa di dolore. Di sofferenza. Di ferite. E così anche l’uomo si trova a dover affrontare, prima o poi, il dilemma del porcospino… soprattutto col procedere degli anni.
Perché tutti accumuliamo ferite. Tutti ci portiamo dentro cicatrici. Che spesso stentano a guarire. Che continuano a far male.

E così perdiamo, più o meno presto, lo slancio della giovinezza. Non il desiderio, però. Perché quello permane, una pulsione profonda. Una sete che ci tormenta. Vorremmo con tutte le nostre forze. Ma abbiamo paura di soffrire. E quindi ci ritraiamo. Ci nascondiamo dietro a storie inautentiche. Insoddisfacenti. Che servono solo a giustificare la nostra solitudine. Temiamo di rischiare. E finiamo col non vivere. Per paura della vita.
È il paradosso che, a ben pensarci, rappresenta perfettamente l’attuale situazione. Mascherine. Guanti. Distanziamenti. Smart working. Strumenti, certo, di un potere meschino e occhiuto, che sfrutta per fini miserevoli tale situazione. Ma noi subiamo perché, in fondo, ci viene posto il dilemma del porcospino… Stare insieme e rischiare di ammalarsi, o stare da soli… e non vivere…

Poco fa, in stazione a Trento, di ritorno dal Wks de Il Nodo di Gordio, ho assistito ad una scena che mi ha prima stupito, poi rattristato. Infine fatto riflettere.
Una giovane coppia. Poco più che ragazzi. Evidentemente si stavano salutando. Lui partiva, lei rimaneva. E si tenevano abbracciati. O meglio lei abbracciava lui, più rigido. Lei aveva abbassato la mascherina, e lo baciava. Lui sembrava corrispondere. Ma teneva alta la mascherina. Uno strano bacio. Per metà dipinto da Magritte….

Il problema del porcospino, alla fin fine, è sempre lo stesso. La paura di soffrire. E allora ti baci con una maschera, come quel ragazzo a Trento. Per proteggerti dal virus. Per proteggerti dal dolore. Per non soffrire. E in realtà ti condanni alla peggiore delle sofferenze. E ad una solitudine fredda. Che, alla fine, si rivela inutile. Se sei fortunato, come il protagonista del film “L’amore ha due facce” con Barbara Streisand e George Segal…
Ma se il destino non ti guarda con occhio benevolo…..beh, morire di freddo è una delle morti peggiori. Lenta e inesorabile.
Il porcospino deve pensarci. E risolvere il dilemma. Costi quel che costi…


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