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Il bicchiere è un oggetto comune… Sì, vabbè, direte… fa caldo, molto, e ti sei ormai bevuto il cervello… sempre posto che te ne restasse ancora… Cosa probabile. Ma non c’entra col bicchiere.
Perché quello che volevo dire è che il bicchiere, oltre ad un oggetto d’uso, rappresenta una metafora. Ovvero viene spesso usato in senso metaforico. Senza quasi che ce ne rendiamo conto.

Il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. La più comune. Per indicare ottimisti e pessimisti. Due polarità costanti della natura, o meglio del carattere umano. Metafora banale e semplicistica. Perché un realista vede quello che è. E ne prende atto. Senza dirsi: che bello, ho ancora mezzo bicchiere di vino (o altro, a piacere) da tracannare. E neppure, però: oddio, mi resta solo mezzo bicchiere… come farò?

In sostanza, ottimismo e pessimo sono solo due facce della stessa medaglia. L’incapacità dell’uomo di guardare la realtà. Di vederla per quella che è. E su questo il vecchio Schopenhauer ne avrebbe, ovviamente, parecchie da dire…

Perché, in effetti, noi non percepiamo una realtà oggettiva. Che forse non esiste, come diceva lui. O che, se esiste, è comunque, inconoscibile. Come si può dedurre da Kant.
Ma questa è roba vecchia. Già detta e ridetta sino alla nausea.

Invece è interessante un esempio, o meglio un uso metaforico del bicchiere utilizzato da uno psicologo. Non chiedetemi quale. Il nome l’ho letto e dimenticato.

Dunque, ha preso un bicchiere con dell’acqua, ed ha chiesto agli astanti : quanto pesa secondo voi?
Sono state azzardate le più diverse ipotesi.
Poi lui, scuotendo la testa, ha spiegato.
Se lo alzate solo per bere non pesa quasi nulla. Se lo tenete in mano per cinque minuti pesa poco. Ma se lo teneste in mano per tutta la notte avrebbe un peso enorme. Insopportabile.

Ovviamente, lo psicologo utilizzava l’immagine per parlare dello stress. E della gestione dei problemi.
Ma la metafora ha un valore ben più ampio.
Ci porta ad intuire che il vero problema è legato al tempo che si consuma nel pensare, o meglio nel rimuginare sulle cose. Sulle azioni che dobbiamo o vogliamo compiere. Dove, per altro, dovere e volere coincidono. Anche se non ne siamo pienamente coscienti.

Perché noi consumiamo le azioni prima di compierle. E dopo averle compiute cominciamo a rimuginarvi sopra. Per cui l’azione in sé è nulla. Sparisce. Sommersa da paure, rimpianti, rimorsi.
Agire è un attimo. Prendi il bicchiere e bevi. Punto. Ma noi prima stiamo a pensare che cosa bere e perché, quanto pesa il bicchiere, se ci potrebbe far male… poi a rimuginare se abbiamo fatto bene a bere, se sarebbe stato meglio evitare, o bere qualcos’altro….
E il bicchiere diviene di un peso insostenibile.

E veniamo fuori di metafora. Tutti possiamo ammalarci. Subire danni. Morire. Per un’infinità di ragioni e cause. E perché non siamo come le “razze antiche” di “Lontano dal pianeta silenzioso” di C. S. Lewis. Che sanno esattamente il tempo loro destinato. E quindi non hanno timori o aspettative. Leggetelo. Merita, e capirete. Non è fantascienza. È allegoria.

Il problema non è, quindi, la malattia. O la stessa morte. È lo starvi a pensare ossessivamente prima che accada. Che è poi un po’ come chiamarsela. I medici dicono che lo stress, ovvero la paura, abbassa le difese immunitarie.
E poi, quando sembra di esserne fuori, stiamo lì a rimuginare su quanto è accaduto e su quanto avrebbe potuto accadere. E restiamo, perennemente, convalescenti. Anche se non siamo mai stati davvero malati.

Vale per i singoli. Vale per i popoli.
Il Covid19 può essere stato, e in parte forse essere ancora, più o meno pericoloso. Ma la paura della malattia prima, il sentirsi, ora, fragili e sempre a rischio di ricadute, è risultata e risulta devastante. Un peso insopportabile. Che schiaccia le vite dei singoli. E che annienta il tessuto sociale. E non vado ad elucubrare su chi tutto questo sta sfruttando. Non serve. Chi ha voluto ha capito da tempo. Gli altri… lasciamo perdere.

Il fatto è che ogni azione dovrebbe essere istantanea. E a suo modo pura. Come il samurai che snuda la spada. Con un gesto semplice ed essenziale. Come il maestro d’arti marziali che lotta con la sua stessa ombra.
Non significa, però, agire d’istinto o d’impulso. Significa sottrarsi alla paura nelle sue innumerevoli declinazioni . Agire nell’attimo in cui l’azione è necessaria.
In sostanza, fermare l’attimo. E liberarsi dalla tirannide del tempo. Non sentire il bicchiere divenire sempre più pesante.


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