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Tutti parlano di iconoclasti. Termine improvvisamente entrato nel lessico comune, in questo strano Anno Zero della pandemia, il 2020 dell’era volgare, l’anno del virus sino ad oggi, e della quarantena…ora anche, però, della distruzione delle immagini… Perché proprio questo significa iconoclastia: distruzione delle icone. Ovvero delle immagini.

E fu un’eresia, bizantina. Una di quelle importanti. Sorta fra l’VIII e il IX secolo, in opposizione all’icondulia. Il culto delle icone. Tutt’ora fondamentale nelle Chiese Orientali. E che sino al Vaticano II ebbe un ruolo non secondario anche nella tradizione cattolica.

Gli iconoclasti le immagini le distruggevano. Considerandole forme di idolatria pagana. Consonando, in questo, con i musulmani. Tant’è che Dante, seguendo i padri orientali, considera Maometto il più grande scismatico di tutti i tempi. E quindi l’Islam una fattura del Cristianesimo… Ma questa è altra storia… E poi non mi va di finire sempre con il fare il professore.

Il fatto è, però, che troppi usano sto “iconoclasti” impropriamente. Anche perché non sanno a che cosa si riferisca. E neppure che significhi in senso puramente etimologico.

Le mandrie di indemoniati, obese malnutrite di cibi spazzatura, black bloc, teppisti di periferia e rivoluzionari da salotto, parodie di femministe e irsuti apologeti di paranoiche forme di giustizia storica che vediamo avventarsi contro statue per decapitarle e farne scempio… Pseudo-intellettuali che chiedono di epurare biblioteche di interi volumi, e che bollano come antisemita e islamofobo Dante, come razzista l’Otello Shakespeariano o il Calimero televisivo… I novelli censori che mettono in discussione il nome, storico, di un cioccolatino o quello di un aperitivo… non sono iconoclasti. Innanzitutto perché sono stupidi. E ignoranti. Ovvero non sanno e non comprendono ciò che vogliono distruggere. Perché al di là della loro capacità intellettuale. Dante come Calimero. E gli iconoclasti di un tempo, invece, non lo erano. Fanatici. Certo. Ma non ignoranti. Erano ben coscienti del significato delle loro azioni.. Come i Talebani che hanno distrutto le gigantesche Statue del Buddha di Banyan… questi, invece…

Questi sono oikofobi. Ovvero odiano in modo ottuso l’oikos. La loro stessa “casa”. Come se uno si mettesse a prendere a picconate i mobili e le pareti della sua unica abitazione. Roba da TSO. Da ricovero urgente in manicomio e da camicia di forza.

Oikofobia è, per quanto mi risulta, termine reinventato da Roger Scruton. Un filosofo conservatore duro e aspro. Cattivo. Come piace a me. Senza illusioni sulla natura umana. Che lo ha ripreso dalla psichiatria. Dove identifica una ben precisa patologia. E lo ha esteso ad un atteggiamento sociale e “politico” di odio per la propria cultura, di rifiuto per le proprie tradizioni. Per i propri usi e financo abitudini. Per la propria “casa” insomma.

L’oikofobo in realtà prova disgusto per sé stesso. Quando si guarda allo specchio vorrebbe vedersi diverso. Occhi diversi. Capelli diversi. Una pelle di colore diverso.

Si genuflette di fronte all’altro, al diverso da sé. Ma non perché lo ami o ammiri la sua cultura. Che in realtà non conosce e non vuole conoscere. Così come non ama la famosa “umanità” di cui si riempie la bocca. Il motore delle sue azioni è solo un rancore patologico. Un volgare odio per tutto ciò che non comprende. Quasi tutto, a ben vedere… Una pulsione all’autodistruzione che non diventa suicidio per mancanza di coscienza. E di coraggio.

L’oikifobo è il (non) cittadino ideale di questo nuovo mondo che si sta disegnando sotto i nostri occhi. Arrogante e inetto. Ottuso e incolto anche quando assume vesti intellettuali. Violento e pavido. Soprattutto sradicato e disperatamente solo. Anche quando si muove in branco.

Non confondetelo con gli antichi iconoclasti. E neppure con i Talebani o l’ISIS. Non ne ha la coscienza. Né la dignità.


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