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Non ho mai amato i Giacobini. E in generale la Rivoluzione Francese. Anche se, sin dai banchi delle elementari, ne ho sempre sentito tessere l’elogio acritico. Anzi, l’apologia. Che volete farci? Si nasce con una naturale propensione per la parte sbagliata della Storia.

Ovvero per quella perdente. I Confederati del generale Lee, i Tercios spagnoli a Rocroi, i Takeda nella battaglia di Nagashino… e qui è meglio che mi fermi…

Comunque, avevano un bel esaltare la Rivoluzione, maestra e professori. Io mi leggevo la Primula Rossa della baronessa Orczy, e facevo il tifo per i controrivoluzionari. Poi sarebbero venuti i racconti di Barbey d’Aurevilly, la Stregata, soprattutto. E tanti altri…

Per carità… sempre disposto ad ammettere che i Giacobini erano gente seria. E che i francesi sono diversi da noi, cugini italiani, perché loro una rivoluzione vera l’hanno fatta. E vissuta. Noi no. Noi abbiamo solo fatto rivoluzioni da operetta. Carnevalate. O poco più…

Però il mito della Rivoluzione ce l’abbiamo. Distorto e parodistico. Ma ce l’abbiamo. Una sorta di invidia. Avremmo voluto farla anche noi. Ma senza pagare dazio. Più che altro della Rivoluzione ci piace il lessico. La ritualità.
Anni fa mi fu presentato ad un convegno un parlamentare dei 5Stelle. Per altro una brava persona, non a caso ben presto uscita di scena. Secondo l’uso gli dissi “Piacere, onorevole”.
E lui: “Non mi chiami onorevole. Mi chiami cittadino deputato”.

Credo di averlo guardato con la stessa stupefazione con cui il primo europeo, sbarcato in Australia, guardò un ornitorinco… Poi
“No guardi. Preferisco onorevole. Cittadino deputato mi ricorda troppo qualcosa che, a mio modesto avviso, fu causa di troppi mali…”
Non comprese. Glielo lessi negli occhi.
In realtà io stavo citando “Sapore di mare” dei Vanzina. I due marchesini toscani: “C’aveva ragione il nonno. Gli è tutta colpa delle Rivoluzione Francese…”.

Comunque, questo lessico giacobino e rivoluzionario a questi deve piacere davvero molto. Anche se, per lo più, non sanno a cosa si riferisca. Sono convinto che, interrogandoli seriamente, verrebbe fuori che Robespierre è un marchio di profumi, e Danton un formaggio francese… D’altro canto non è da oggi che l’ignoranza della storia impera sovrana nell’aula (sorda e grigia). Topiche colossali ce le racconta già il Ferdinando Martini che fu giornalista e scrittore, Ministro della pubblica istruzione e parlamentare. E che si divertiva ad annotare le bestialità dette dai parlamentari, quando ancora la capitale era nella sua Firenze. Insomma, le Iene non hanno inventato nulla…
Solo che qui, con questi, si sta proprio esagerando.

Ora, l’ineffabile Conte Zio si è inventato gli Stati Generali. Nome dal sapore rivoluzionario, che sembra preludere a quella Madre di tutte le riforme di cui da un po’ va vagheggiando a reti unificate.

Il Nostro deve avere qualche vago ricordo di quando faceva il liceo nella natia Puglia. Più esattamente a San Marco in Lamis.
Solo che ricorda male. Perché gli Stati Generali erano un istituto di antica tradizione medioevale che Luigi XVI convocò secondo regolare procedura giuridica. Non un’alzata d’ingegno, l’ennesima, volta ad esautorare il Parlamento e vanificare la Costituzione. Come in questo caso.

E Gli Stati Generali, quelli veri, videro un dibattito acceso, uno scontro politico e dialettico senza pari. Non furono una passerella dell’arroganza e della vanità.
Per altro sfociarono nella Rivoluzione. Quella vera. E chi li aveva convocati, Luigi Capeto, lasciò la testa sulla ghigliottina…
Ma qui il Conte Zio può dormire sonni tranquilli. Intanto per perdere la testa bisogna avercela.

E poi la storia si propone la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Lo ha scritto Marx. Karl, non Groucho.


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