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L’utopia è il luogo che non c’è. In qualche modo ideale. Perfetto. La Città del Sole di Campanella. La Nuova Atlantide di Bacone. Se vogliamo anche l’isola che non c’è di Peter Pan…
La dystopia è un luogo che potrebbe essere… Nel futuro o in un indeterminato altrove. Ed è un incubo.

Non per nulla il termine sembra l’abbia usato per primo Stuart Mill. Che non si faceva alcuna illusione sulla natura umana. E non sognava alcuna società perfetta…

Se L’utopia è il sogno, la dystopia è, dunque, l’incubo. Huxley, Orwell… Molto evocati in questi ultimi tempi. Ma quella distopica è una letteratura molto più vasta. Anglosassone in prevalenza. Forse perché quel mondo, gli States soprattutto, ha vissuto prima e più intensamente il trauma della modernità. Ha visto sorgere il potere ipnotico della comunicazione e dei Media. Ha sperimentato l’asservimento dell’uomo alla tecnica. E ad un capitalismo finanziario privo di sostanza. Sradicato dalla realtà concreta, ma, proprio per questo, più pervasivo. E inumano.

E forse anche perché nella letteratura di lingua inglese i cosiddetti “generi” non vengono guardati con supponenza. Come invece in questa nostra Italia, dove diventano guru pseudo scrittori ( e scrittrici) che parlano solo di banalità politicamente corrette. Per altro con pessima grammatica… Per fare un esempio J. Ellroy, quello di “L. A. Confidential”, non è un grande autore di polizieschi. È un grande scrittore. Punto e basta.

Comunque, alla letteratura distopica hanno contribuito firme come Jack London e Ayn Randt… Personalità, comunque, con una visione tragica della natura umana. E del divenire storico. Privi di illusioni sulle magnifiche sorti e progressive. Per tirare fuori ancora Leopardi. Che se avesse conosciuto il genere distopico lo avrebbe apprezzato. E forse praticato. Perché confacente al suo animo. E al suo pensiero.

Il vero capolavoro della letteratura distopica non è però in inglese, ma in tedesco. Eümeswill di Ernst Jünger. L’ultimo volume della Trilogia dell’anti-utopia. La conclusione della narrazione della fine della civiltà. La disgregazione. E il ritorno al bosco. Martin Venator come estrema epifania del ribelle. Incarnazione dell’Anarca.

Tutte le narrazioni distopiche prefigurano futuri da incubo. Oppressivi e apocalittici. Nessuna, però, narra una realtà meschina e ridicola. Il Grande Fratello di Orwell è un gigante. Un mostro incombente. Non la sua squallida parodia Made in Mediaset. E figure come il Forestaro delle jungeriane Scogliere riecheggiano forse Hitler, Stalin… Non Giuseppi… E gli scienziati pazzi di questi futuri distopici non assomigliano certo a Burioni o alla Capua…

Questa è la dystopia della farsa, e gli interpreti potrebbero essere i Fratelli De Rege…
Tuttavia, la farsa è sovente peggiore della tragedia. Perché ti priva anche di quell’alone di grandezza e bellezza che si può intravedere pure nel male. Perché immiserisce l’uomo. O ciò che ne resta. In verità molto poco. Un involucro colmo solo di paura. E addobbato in modo ridicolo…

Questa dystopia non lascia speranze. Non si vede barlume di ribellione. Non dissenso delle coscienze. Acquiescenza. Un pigro e indolente sprofondare collettivo nella melma. Per usare un eufemismo.
Siamo condannati. Non dall’Occhio del Tiranno e dai suoi tentacoli d’acciaio. Dalla nostra inettitudine.
I popoli hanno i governi che si meritano, secondo Platone. E questo la dice lunga su chi siano, oggi, gli italiani…

Speriamo che da qualche parte vi sia ancora un bosco. Per unirsi alla solitudine di Martin Venator…


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