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Un post su fb. Uno di quei post da nostalgici degli anni ’60. Belfagor, il fantasma del Louvre. Andò in onda in Italia. Nel ‘65.

Ero a a Rimini, in vacanza – mi scrive un’amica – lo guardavo e non riuscivo a dormire la notte… Come eravamo giovani e innocenti…l’ho rivisto di recente, e mi ha fatto ridere…“.

Già, era estate. Ed io mi trovavo, come sempre, a San Vito di Cadore. Lo vedevamo nell’unico televisore dell’hotel. Ma c’era da litigare. Perché le “vecchie” preferivano Mike Buongiorno, sul primo canale. Così noi ragazzi scendevamo al bar del paese. Unico altro televisore disponibile. E ci ingozzavamo di gelato. La famosa “gondola”: quattro palline disposte su una coppa a forma di gondola, appunto, circondate da panna e sopra un profluvio di amarena… Una delizia.

Ma i brividi non ce li trasmetteva il gelato. Venivano tutti da quella mini serie, sceneggiato si diceva allora, francese in sei puntate.
C’era un po’ di tutto. Mistero e delitti.
Esoterismo. Indagini di polizia. Ed anche una pennellata di erotismo. Perché, appunto, era una produzione francese, non soggetta al bigottismo della nostra RAI. E, poi, la protagonista femminile era una Juliette Greco nel suo pieno fulgore.. Anche per quello la notte, noi ragazzi, si stentava a prender sonno…

Comunque, il fulcro era lui. Belfagor, il fantasma del Louvre. Con una lunga tunica scura, il cappuccio. Ed una maschera impassibile e inquietante, dai riflessi bronzei. O, per lo meno, così ce la immaginavamo, ché la trasmissione era in bianco e nero…

A rivederlo oggi, ha davvero ragione la mia amica: fa sorridere. Ed è un gran polpettone. Eppure qualcosina ce l’ha ancora. Qualche spunto. Una qualche capacità di suggestione, senza bisogno di tanti effetti speciali. Atmosfera, sopratutto.

Chi scrisse quello sceneggiato- derivandolo da un romanzo d’appendice di Arthur Bernerde, che aveva goduto di una certa fama nei primi decenni del secolo – non aveva saputo solo costruire un buon intreccio, una trama tesa capace di tenere l’attenzione dello spettatore… Era anche in possesso di una qualche cultura, se non proprio esoterica, almeno occultistica. In linea, per altro, con una tradizione tutta francese. Dove la civiltà dei Lumi e della Dea Ragione si è sempre misurata con un lato oscuro… Con un’attrazione per il mistero, per l’occulto che da sempre la pervade. Basti pensare a figure come De Guaita, Huysmans, Peladan…

Belfagor è infatti figura antica. Anzi, antichissima. Probabilmente era una delle divinità centrali del pantheon dei Moabiti, popolo semitico in perenne lotta con Israele, sino a che non vennero gli Assiri a sottometterli entrambi. Proprio per questa antica rivalità, il dio dei Moabiti divenne per gli ebrei prima, per i cristiani poi, un demone. Uno dei principi dell’inferno secondo i libri di demonologia. Il demone potente nel mese d’Aprile. Che instilla nell’animo umano il peccato dell’accidia… Forse da qui il detto: Aprile dolce dormire…

Machiavelli, con il suo caustico spirito di figlio del Rinascimento mediceo, che non escludeva, tuttavia, il magico e il meraviglioso, ne fece il protagonista della sua unica novella.
Un racconto sfrenato e paradossale. Dove Belfagor viene a Firenze per appurare se sia vero che il matrimonio sia la causa dei mali degli uomini, il vero inferno. E, soprattutto, se corrisponda a verità il detto che la donna ne sappia una più del diavolo.

Respighi ne trarrà ispirazione per una delle sue opere più fantasiose e, musicalmente, funamboliche. Tanto che piacque a Marinetti.
Per altro ricordo anche un film del ’66 di Scola, l’ Arcidiavolo, tratto molto liberamente, da Machiavelli. Con Gassman, quello vero, Vittorio, nella parte di Belfagor. Un filmetto. Memorabile solo per il nudo integrale di schiena di una statuaria Claudine Auger…

Il Belfagor dello sceneggiato, però, non era un demone. E neppure un uomo. Una donna, ipnotizzata e drogata, come si scopre nel finale. E costretta a vagare come un fantasma inquieto da un burattinaio occulto. Un losco figuro che dice di amarla, ma in realtà la manipola per scopi abietti. Sospesi tra il possesso carnale e la ricerca di un misterioso tesoro rosicruciano.

Guardo una foto di Belfagor. Di quella maschera che tanto ci affascinava e, al contempo, ci inquietava da ragazzi. Tutto sommato aveva una sua bellezza. Un suo fascino…anche se celava un… fantasma.
Le maschere di oggi non hanno bellezza, né fascino alcuno. E questi fantasmi non evocano misteri, tesori ermetici e erotismo… Sono solo squallore e tristezza.


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