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Quando vidi, per la prima volta, “Goodbye Mr. Chips” nella versione con uno straordinario Peter O’Toole, lo trovai melenso, anzi melassoso… ero giovane, e la mia predilezione andava a ben altro genere di cinematografia e di letteratura. Però mi restò impresso. Succede.

Negli anni, poi, vidi anche la prima versione, quella con una bellissima Green Garson, più attinente al libro di Hamilton. Che per altro ne aveva curato la sceneggiatura. E lessi anche il romanzo. Hamilton era un onesto mestierante della penna. Un eccellente sceneggiatore, più che un autentico narratore…

Comunque, Mr. Chips non mi era antipatico. Ma non riusciva a piacermi davvero. Troppo sentimentalismo. Umanitarismo. E troppa mediocrità. Perché il nostro personaggio era sì un insegnante molto amato. Dedito al suo lavoro e ai suoi allievi. Ma non era un grande insegnante. Un Maestro. Era empatico, ma mancava di vero carisma. Ispirava affetto, ma non ammirazione. Era un buon insegnante – di questi tempi merce sempre più rara – non un modello. I suoi allievi gli volevano bene. Non ambivano a diventare come lui…

I grandi maestri, in genere, non sono buoni nel senso convenzionale del termine. Carducci era pestifero. Terribile. Ma ha forgiato gente come Giovanni Pascoli, Severino Ferrari, Terenzio Mamiani….e come il grande Manara Valgimigli. Che come insegnante era una vera tigre assetata di sangue, durante gli esami soprattutto. Ma accidenti, se non è stato uno dei massimi maestri di greco…

Insomma, quando scelsi di insegnare, non era certo il personaggio di Hamilton il mio modello. Dico scelsi, perché per me fu davvero una scelta, non necessariamente obbligata dagli studi classici che avevo intrapreso per passione e senza pensare agli sbocchi professionali… con costernazione di mio padre, che mi avrebbe preferito avvocato. Cosa, per inciso, che non mi sognai mai di prendere in considerazione. Semmai l’alternativa che mi attraeva era il mercenario in Congo…

Ora, è evidente che tutto sarei voluto diventare, nella scuola, tranne che un Mr. Chips. Espressione che, anzi, ho spesso usato in tono ironico. Se non proprio spregiativo. Tant’è che una volta, ad un’allieva che chiese “Prof. ma lei ci vuole bene?” risposi: “Non mi pagano abbastanza…”.

Però quella storia mi è rimasta in testa. O meglio in uno di quegli anfratti della memoria di cui ordinariamente non si è coscienti. E che, però, ad un certo punto, si aprono e lasciano affiorare ciò che vi è riposto..
E Mr. Chips, con la sua aria bonaria, un po’ da bietolone timido, il passo dinoccolato, in questi giorni ha cominciato a venirmi a trovare… Soprattutto nelle lunghe ore antelucane, in cui il sonno si è già rotto. E tuttavia non sono ancora davvero desto. Viene a trovarmi e me lo trovo lì davanti. Mi sorride. E non pronuncia parola.

Devo dire che la cosa è un po’ irritante. Preferirei altre compagnie alla mia insonnia. Che so… l’ombra inquieta di Cioram, il grande insonne. Il fantasma di Mayerink, con le sue storie di domenicani bianchi ed ebrei erranti.

E invece arriva Mr. Chips. Mi guarda e sorride. Forse perché sa che in questi mesi quella banda di coatti, bori, morette vivaci e glaucopidi inquiete mi è … mancata.

Forse perché, per me, questo è uno degli ultimi anni di insegnamento. Il penultimo, forse. E con il rischio che la scuola non sia più quella di prima, da ora in poi… Ridotta a rapporti asettici. Distanziati.

Forse perché, in queste notti, mi tornano anche in mente le classi del passato. Le storie, molte… I nomi e i volti che riaffiorano. Talvolta nitidi. Talvolta confusi….

Probabilmente il fantasma di Mr. Chips lo sa. E, soprattutto, lo comprende bene. Per questo viene spesso a trovarmi. E mi sorride. Con simpatia. E, mi sembra, con una bonaria complicità.

Ammetto che, tutto sommato, mi sta diventando più simpatico. E che ormai lo aspetto. Ospite abituale e gradito. Anche se, ogni volta che se ne va, all’alba, con un vago cenno di saluto, non riesco a trattenermi dal dirgli:
Io non sono come te, però …


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