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Albe e tramonti. L’inizio e la fine della giornata. Due momenti particolari, di intensa suggestione. Non, certo, sotto un profilo piattamente razionale, per il quale un’ora equivale ad un’altra, ma sotto un altro punto di vista.

Un punto di vista, meglio ancora una percezione simbolica. Ricordandosi, però, che il simbolo non è astratta metafora, bensì una porta che introduce ad altro livello di coscienza. Si vada a rileggere il Convivio, ove Dante sbroglia l’aggrovigliata matassa dei quattro sensi della scrittura.

Alba e tramonto segnano un passaggio. La transizione dalla luce alla tenebra e, di conseguenza, dalla veglia al sonno. E viceversa, naturalmente. Sonno che è un altrove in gran parte ignoto, ove possiamo vivere altre esistenze, realizzare ciò che durande il giorno ci è inibito. Volare, camminare conversando con figure del passato o del mito. Contemplare fiori ed uccelli fantastici dimenticati dopo la cacciata dall’Eden. Amare una donna irraggiungibile, come nella Canzone “Alla sua Donna” del giovane Leopardi.

Ernst Junger era solito coricarsi tenendo accanto a sé un block notes ed una penna. Per poter annotare all’alba, appena desto, le ultime vestigia dei sogni. Da questo un capolavoro come “Il cuore avventuroso“, frammenti di un altrove ove conduciamo altra vita. E che, in genere, ci resta precluso durante il giorno. Perché quella è la Terra oscura ove si ritrae Osiride al tramonto. Per risorgere, poi, con l’alba. Il regno dei sogni, la Fantasia della Storia Infinita di Ende; ma anche il regno dei morti, l’Isola d’Occidente, Avallon, ove la Signora del Lago nasconde Artù, mortalmente ferito nella battaglia. Non per nulla, nel mito greco, Ipnos e Thanatos sono fratelli, e dimorano nella stessa isola. Al di là del tramonto.

Borges visse gran parte della sua lunga esistenza nel perenne crepuscolo della cecità. Forse per questo i suoi racconti, ancor più delle poesie, appaiono scritti su un limine. Al confine con terre e dimensioni ignote. Uno per tutti, lo straordinario “Tlon, Uqbar, Orbis Tertius“.

Albe e tramonti hanno anche a che fare con l’amore. Più che con gli amori correnti, con quelli impossibili. O meglio con gli amori sospesi, quelli che ancora non sono divenuti realtà ordinaria. Che non è possibile sapere se mai lo diverranno.

L’Amorosa Visione di Boccaccio è, forse l’opera che fra tutte meglio descrive questa dimensione sospesa. Gli antichi maestri cabalisti, i seguaci cordobensi di Isaac il Cieco, insegnavano che è fondamentale il pensiero, o l’immagine, con cui al tramonto si entra nel sonno. Ci si sveglierà all’alba portando nell’esistenza ordinaria un qualcosa di più. Un’esperienza altra. Per certi versi più profonda.

Entrare nella notte con il pensiero di una donna irraggiungibile, potrebbe dunque essere la chiave per aprire la porta magica che conduce finalmente ad incontrarla. In un luogo ove tutto diventa possibile. La versione onirica del Paradiso Perduto. O la misteriosa isola di Ogigia, ove Calypso attende il ritorno di Odysseo.

Photo credits by Maria Infantino


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