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Gli uomini tengono comportamenti contraddittori: con la ripartenza sembra che stiano cercando a ogni costo il loro annientamento che il virus non ha realizzato.

Pur avendo a disposizione un pianeta, gli uomini tendono a raggrupparsi, a organizzarsi in tribù, a inurbarsi, cioè a rinunciare al distanziamento individuale a favore dell’avvicinamento collettivo: così gli uomini hanno sempre fatto perché sono animali politici che dovrebbero dare il meglio di loro in spazi ristretti.

Anche se proprio il meglio non si può dire che l’abbiano dato, almeno nell’ultimo periodo: da quando sono state allentate le misure forzate per mantenere le distanze reciproche, sebbene il distanziamento sia sempre previsto per prevenire la diffusione del contagio, gli uomini hanno ripreso a incontrarsi vicini vicini … per azzuffarsi.

Scontri e conflitti individuali e collettivi: insomma l’interpretazione diffusa della ritrovata libertà sembra sia porre in essere tutti quei comportamenti che sicuramente violano la libertà altrui, anche se non è detto che assicurino la propria.

Anelavano la ripresa della normalità, invocando le indebite costrizioni cui erano sottoposti e già dopo una settimana invidiano le talpe che, costrette a muoversi all’interno di cunicoli e in direzioni determinate, sono facilitate a non incrociare le proprie strade e quindi a evitare di sopraffarsi.

Una delle sfide della ripresa, dunque, è dare una risposta alla domanda: cosa ne sanno fare gli uomini della libertà? I detenuti vivono due stress assolutamente comparabili: la reclusione e la liberazione, esattamente come sta capitando a quanti sono stati ristretti in questi mesi.

La sfida da vincere in questa situazione è superare la retorica e comprendere davvero il valore di coloro che hanno saputo vivere con entusiastica vitalità ed energia la ricostruzione dopo le limitazioni delle libertà e le distruzioni belliche. Ora tocca noi, uomini di questo tempo: e i nostri figli giudicheranno se cambiare il calendario per celebrare o cancellare il 3 giugno 2020


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