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Ho sbagliato momento?
Non di uno spritz avevo bisogno in quel sabato pomeriggio in cui veniva nuovamente consentito, pur nel rispetto di alcune regole, di riassaporare questa libertà.

Sono veneta è vero, ma proprio per questo sono in grado di prepararlo anche in casa dove gli ingredienti non mancano mai.

Non di uno spritz, ma di un momento di spiritualità avevo bisogno.
Sentire il profumo del sacro dentro di me.
Uno di quei momenti che l’aria rarefatta dell’alta montagna, o il mare luccicante nell’alba silenziosa, o certi cieli azzurri e nuvole vaganti o tramonti incantati o stellate notturne possono suscitare, ma anche un tempio, un capitello, una chiesa consentire.

Con quell’obiettivo sono uscita per la mia solita camminata.
Raggiungo il centro e la vista della mia chiesa e del suo campanile mi richiama.
Lì vado a cantare col coro alle celebrazioni, ma non ci entro da due mesi.
Mi avvicino e all’ingresso un volontario con tuta fosforescente mi chiede se ho avuto la febbre negli ultimi giorni.

Rimango un po’ spiazzata dalla domanda perché mi sembra evidente che non sarei lì con la febbre, ma contemporaneamente reagisco con naturalezza e compio il gesto che è già diventato abitudine entrando nei negozi di detergermi le mani con il sapone messo a disposizione.

Mentre entro in chiesa mi prende in carico un altro volontario al quale il primo riferisce ad alta voce che non intendo fermarmi alla celebrazione, ma rimanere solo pochi minuti.

Con un’occhiata capisco come l’interno ha cambiato volto, i posti a sedere sono distanziati, ci sono strisce per terra, l’apparenza è quella di una piazza in cui i vigili dirigono il traffico.

Il volontario indica dove posso sedermi, vicino ad una uscita laterale e riferisce al terzo volontario che la presidia che io non intendo fermarmi alla celebrazione, ma solo qualche minuto, anzi per una preghiera.
Ormai lo sanno tutti” penso “e decidono anche cosa devo fare”, mentre io, imbavagliata, taccio comprensiva.

Poche persone, sedute distanziate, tutte con mascherina, attendono l’inizio della Messa.
Mi sforzo di entrare dentro me stessa per trovare quella dimensione di benessere, quel raccoglimento che cercavo, ma invano.

Si avvicina alla porta laterale un invalido in carrozzella, che chiede solo di vedere quanta gente c’è in chiesa, ma viene dirottato all’altro ingresso mentre il volontario riferisce a voce alta che nemmeno lui intende fermarsi alla celebrazione.

Vengo spinta da una forza, che assomiglia alla famosa “vis cui resisti non potest” verso l’uscita e scappo come un ladro senza refurtiva riprendendo il mio cammino, quasi stordita da una sensazione che mi ricorda l’accanimento terapeutico verso un malato senza speranza.

E inseguita dall’immagine di una madre che accoglie il figlioletto mascherata, indicandogli dove sedere ben distanziato e cosa fare, che mi appare una respingente forzatura.

Chi è costei? Non la mia chiesa.
Quando rientro, l’angolino di casa mia della Madonnina col bambino mi sembra, nel suo piccolo, irradiare un po’ della luce che cercavo e comunque mi rassicura.

Non è forse il corpo il tempio dello Spirito?
Una voce mi sussurra
Hai sbagliato momento”.
Credo anch’io.


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