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Mio figlio mi chiede all’improvviso: “Papà, esistono i fantasmi?”.

Sto per dirgli di no. Per rassicurarlo. Non devi avere paura. Non vi è nulla. Sono solo storie. Ma mi fermo. Le parole non mi escono dalle labbra con l’usuale tono saputo. Perché non ne sono sicuro. Perché non ho alcuna certezza. Nè che esistano, né che non esistano.

E cosa sono, poi, i fantasmi? Lasciamo perdere i deliri medianici di Allan Kardec ed innumerevoli epigoni. E con questi le ricorrenti mode spiritistiche, che pure contagiarono, a suo tempo, solidi positivisti come Arturo Graf e Cesare Lombroso, il padre della criminologia. Persino Conan Doyle ebbe qualche indulgenza nel confronti di tali mode. In barba al rigoroso razionalismo del suo Sherlock Holmes.

Verrebbe voglia di buttarla in commedia. Come Eduardo in Questi Fantasmi, dove altro non sono che il desiderio di autoinganno che alberga in ciascuno di noi.

Troppo facile, però. Come troppo facile ricondurre tutto al nostro inconscio, ai tormenti della coscienza. A Jung, o al Conrad di “Cuore di tenebra”.

I fantasmi sono altra cosa. Indefinibile, forse. Ma certamente altra. Popolano non solo castelli isolati nella brughiera scozzese – i più classici, se vogliamo – ma anche il cuore pulsante delle nostre città. A Roma, solo per fare un esempio vi è una Dama Bianca a Villa Manzoni che sorge sulle rovine della Domus di Lucio Vero. Appare in certe notti di luna. E un ambasciatore – oggi infatti tale villa ospita una legazione diplomatica – era certo di averla vista. E si tratta di uno degli uomini più concreti e gelidi ch’io abbia mai conosciuto.

In un vecchio, straordinario film di Pietrangeli, “Fantasmi a Roma“, vediamo due città. Quella diurna dei viventi, con i loro affanni, la fretta, gli affari… E quella notturna, pervasa, forse di malinconia e ricordi, ma a suo modo anche di una strana allegrezza. La città dei fantasmi, che hanno il volto di Buazzelli e Mastroianni, di Vittorio Gasmann e di Eduardo. E le forme tutt’altro che eteree della Sandra Milo.

Una commedia, certo. Ma che ci dà di che pensare. Gli Etruschi costruivano le necropoli, le città dei morti, a fianco di quelle dei vivi. Non erano cimiteri, ma centri urbani veri e propri. Dove la vita continuava in una dimensione altra. Dopo la fine dell’esistenza.

E in uno sceneggiato di molti anni fa, “Il segno del comando“, che fece davvero epoca per la canzone cantata da Lando Fiorini, Ugo Pagliai, seguendo le orme di Byron e di mistesiosi pittori ed orafi alchimisti del passato, si innamorava di una inquietante Carla Gravina. Che era un fantasma.

E l’amore per il fantasma, o il fanasma dell’amore, ritorna nella letteratura e nel cinema. La Ligeila di Poe ne è, forse, la rappresentazione, più terrifica e, al contempo, struggente. Perché rende l’idea di una passione inestinguibile e bruciante per una Donna non solo irraggiungibile, ma addirittura intangibile. Incorporea ossessione dei sensi.

Tra un mese sarà la Notte di Ognissanti. Divenuta, ormai, quello strano carnevale che è Halloween. I bambini, e anche molti adulti, si truccheranno da mostri, zombie, vampiri. Fantasmi. È ciò che resta di Samhain la festa celtica in cui si spalancano le porte fra terre dei vivi e regno dei morti. Una festa di paura, certo, ma in cui la paura viene esorcizzata in una sorta di allegria folle. Di ebrezza non priva di un sottofondo intensamente erotico. Perché prepara alla rigenerazione e alla rinascita. E porta doni. Come in certe zone della Sicilia. Dove sono ancora i morti, per uso arcaico, a portare ai bambini dolciumi e balocchi.

Così non ho detto a mio figlio che i fantasmi non esistono. Gli ho detto però che non deve temerli, e gli ho raccontato cento storie. Ad Ognissanti ci prepareremo ed aspetteremo insieme. Lui caramelle ed altri dolcetti. Io, forse, finalmente risposte ai miei tanti dubbi.


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