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Ferragosto finalmente è passato, e siamo in luna calante. Prossimi alla fine dell’estate. Che, certo, ha, dal punto di vista astronomico, davanti a sé ancora un mese.

Ma settembre è un’altra cosa. Diversa l’aria, diversi i colori e i profumi. E più brevi le giornate. Sempre più lunghe le notti.

Le spiagge cominciano a svuotarsi a poco a poco. Ed è forse il periodo migliore per andare in montagna , a cercare funghi e solitudine.

L’Alcyone di D’annunzio altro non è che uno straordinario diario dell’estate. Che si chiude proprio con il Novilunio di Settembre. E con l’immagine, celeberrima, dei pastori che rientrano dai Pascoli estivi. E con la fine dell’estate per il poeta declina anche la rovente passione per Ermione. Ovvero Eleonora Duse. Una delle più grandi attrici tragiche di ogni tempo.

Già… gli amori estivi. Intensi come l’estate. E come l’estate fugaci. Settembre è il momento degli addii. Che lasciano dietro di sé una scia di ricordi che sanno di sale e di mare. Come nel film cult dei Vanzina. Come nella canzone di Gino Paoli da cui rubarono il titolo.

In sostanza, nell’immaginario comune, l’estate ha a che fare sempre con gli amori. Spesso con amori leggeri.

In fondo però tutte le stagioni rappresentano aspetti diversi dell’amore.
L’intensa e drammatica passione tra Zivago e Lara – nel film contrappuntata da un memorable tema musicale – si staglia sullo sfondo del profondo inverno siberiano. E viene rappresentato come stilizzato nel gelo. Quasi fosse un’icona fuori dal tempo. Perché quello narrato da Pasternak è sì un amore breve, ma non fugace. Destinato a durare, pur nella lontananza e nella separazione, per tutta la vita. Ed oltre la vita stessa.

L’autunno è stagione di amori crepuscolari. Spesso connessi con un senso di morte incombente. “Anonimo veneziano” diretto da Salerno con testo di Giuseppe Berto – che poi ne trasse uno dei suoi romanzi migliori – rappresenta perfettamente questa antica emozione. Antica, perché la si può far risalire all’Elegia erotica latina, alla perfezione di Properzio, al più umbratile Tibullo. Da lì, da Anonimo Veneziano, si diparte un vero topos cinematografico, con imitazioni più o meno palesi, più o meno buone. Da “Love Story” ad “Autunno a New York“.

La Primavera è per antonomasia la stagione dell’amore. Ha a che fare con gli antichi riti di fertilità. E con la giovinezza. Il famoso dipinto di Botticelli ne è rappresentazione colma de sotteso erotismo. E i riferimenti letterari sono innumeri. Ancora una volta penso ai Trovatori di Provenza, a Rudel, all’intensa canzone di Maggio. Ripresa, in fondo, dallo stesso Dante nell’incipit della Vita Nova. Perché la prima apparizione di Beatrice, veastita di rosso secondo l’uso fiorentino, avviene alla festa di Calendimaggio.

Ma penso soprattutto al romanzo di Ramon Della Valle Inclan, il cantore dei Carlisti di Navarra, “Sonata di Primavera“. Primo di un ciclo di quattro Sonate che narrano le stagioni della vita del protagonista. Le sue lotte, le sue imprese. E i suoi amori. Perché l’eros è come il tempo. Segue le stagioni. Ciclico. Riproponendosi in forme sempre diverse e sorprendenti. Ma, in fondo, restando uguale a se stesso.


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