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Le stirpi canore.

Ancora D’Annunzio, ancora l’Alcyone. Che è, per eccellenza il poema dell’estate. Del grande vacuum che si cela, anche etimologicamente, nella vacanza.

Allude, in questo, al canto degli uccelli, che in questa stagione, appunto, si fa più vario ed intenso. Anche perché, nel vuoto e nella noia, abbiamo più tempo per prestarvi, pigramente, orecchio.

Ai monti, in campagna, nelle città spopolate, le voci delle stirpi canore tornano a farsi sentire. Una pluralità di suoni, melodie. Musica. Il canto degli uccelli sembra celare un mistero. Le origini della musica che, con ogni probabilità, i nostri remoti antenati hanno rubato loro. E musica significa anche poesia. Perché la metrica e la stessa punteggiatura derivano direttamente dalla notazione musicale.

Gli uccelli, ed il loro canto, ritornano costantemente nella nostra cultura. Assumendo diversi valori metaforici sempre, comunque, in qualche modo connessi con l’eros.

Il Passero della Lesbia di Catullo si ricollega alla tradizione alessandrina degli epicedi per gli animali domestici, ma assume un’intensa valenza tragica e sensuale inusitata. Quando maledice le Malvagie tenebre dell’Orco che divorano ogni cosa bella, sentiamo risuonare echi dei grandi tragici, Euripide su tutti.

Perché gli uccelli sono canto e bellezza, e rappresentano anche la passione. Non per nulla Dante, nel V dell’inferno, i lussuriosi, coloro che troppo amarono, trascinati in eterno dalla bufera, ricorre per due volte alla metafora degli uccelli. Le gru che levano il loro pianto, e le due colombe inseparabili. Paolo e Francesca .

Ma già prima di lui aveva fatto ricorso all’immagine dell’uccello che trova riparo nel fitto fra le foglie, Guinizzelli, per significare il rapporto fra Amore e cuore puro.

A monte i provenzali che Guinizzelli, bolognese, ben conosceva. Jaufré Rudel. Il canto dell’usignolo e l’impossibile amore per Melisenda.
Da lì deriva anche il famoso passo del Romeo e Giulietta “No, non è l’allodola, è l’usignolo…” la notte di passione, e la sua fine, scandita con il canto degli uccelli.

D’altronde nel XII secolo, “Il verbo degli Uccelli” del grande poeta mistico persiano Attar aveva fatto degli uccelli e dei loro canti allegoria dell’amore divino e della ricerca spirituale.

Gli uccelli ed il loro canto sono dunque, simboli, più che semplici metafore, del misterioso rapporto fra Eros e Psiche. Evocano ai nostri orecchi, in genere troppo distratti, sonorità perdute, sfumature, toni che certo non ci è dato ritrovare nel frastuono del Rap o dell’hard rock ascoltato a palla sul bagnasciuga.
Il canto degli uccelli richiede il silenzio, esteriore ed interiore. Come un violino che suona in lontananza. O come una fisarmonica al tramonto, ascoltata sulla riva del mare ormai deserta.


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