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Goethe, con l’Elegia di Marienbad, ci ha lasciato il capolavoro della lirica d’amore moderna. Tale da rivaleggiare in passione e perfezione con quelle che Sesto Properzio dedicò a Cinzia.

Eppure Goethe, quando la scrisse, aveva compiuto i 72 anni, ed era già, da tempo, nonno. Lei, la donna che lo ispirò, ne contava appena 17. Una passione senile, che potrebbe far pensare al declino mentale del grande poeta, o ancor peggio.

Eppure nell’Elegia non vi è nulla che susciti il minimo sorriso ironico, di compatimento o disgusto.

È testo di purezza assoluta, di grande struggimento, dove la consapevolezza e la passione trovano un incredibile equilibrio

Perché il poeta è vecchio e ben consapevole di esserlo. E tuttavia riesce a trattare l’amore con intensità mai sfiorata nella giovinezza. E con cristallina purezza di stile. Senza fingere, con se stesso innanzitutto, di essere giovane. Frutto di una vita di rigorosa disciplina intellettuale e spirituale che lo aveva condotto ad una profonda conoscenza di se stesso.

In Goethe non c’è nulla della figura, comica e patetica, del vecchio lascivo che dalla palliata romana è giunta sino alle Commedie sexy anni ’70. Da Plauto a Renzo Montagnani. E sopratutto non c’ è nulla di quell’atteggiamento giovanilistico così urtante dal punto di vista estetico e, purtroppo, oggi così diffuso. Peter Pan ultracinquantenni lampadati e tatuati che rivaleggiano con figli e nipoti in superficialità. E, all’opposto, panterone stagionate che cercano di fermare il tempo arricchendo i chirurghi plastici. Scene quotidiane tali da far impallidire le più frenetiche pièce della Commedia dell’arte.

Segni dei tempi. O meglio, segno di mancanza di disciplina e consapevolezza. Una donna può essere stupenda ben oltre i cinquanta anni, e suscitare passioni ben più forti e profonde di una ventenne.

Ed un uomo può invecchiare bene, rimanendo vigoroso e attivo senza divenire la parodia dei suoi nipoti.

Antigono Monoftalmo, uno dei Diadochi, cadde nella battaglia di Ipso guidando una forsennata carica di cavalleria. Aveva più di ottant’anni. Garantiamo che nessuno lo trovava ridicolo.

Cicerone nel Cato Maior, parla dell’arte di invecchiare, mantenendo il vigore e le passioni di un giovane, ma acquisendo ben altra profondità.

La giovinezza è innamorata dell’amore, le passioni sono istinto e, per dirla con Ungaretti, ardono di inconsapevolezza. La maturità, se ben vissuta, è anche passione lucida . Ma non per questo meno impetuosa. Più solida e, appunto, consapevole di se stessi e dell’altra. Capacità di agire e creare come insegna Cicerone. Capacità anche di amare, come ci mostra Goethe.

L’opposto della scenescenza. Le cui due facce, entrambe pietose, sono rappresentate dal vecchietto che guarda i cantieri, e dal ridicolo attempato che si atteggia a Peter Pan in discoteca o sulla spiaggia.

Segni del nostro tempo, purtroppo. L’irrequietezza dei giovani, le loro frustrazioni, la fame di vita confusa che li caratterizza vengono anche, forse soprattutto, da questo. Da mancanza di esempi. Di una Gerusia come quella che educava gli Spartiati alla vita.


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