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La pubblicità è vecchia come il mondo. Infatti, come tutti sanno, cominciò il serpente a decantare a Eva le virtù della sua frutta.

Una frase di Cesare Marchi che attribuisce alla pubblicità tutto il suo significato simbolico.

Simbolico perché sebbene una faccia della pubblicità non è altro che il mezzo di comunicazione che essa rappresenta, l’altra faccia occulta propone con spregiudicatezza la sua componente subdola: quella che, in un’ottica contemporanea, fa di tutto per convincere le persone ad acquistare oggetti di cui non hanno bisogno.

Non sarebbe giusto, ovviamente, demonizzare la pubblicità nella sua interezza, seppur sarebbe interessante analizzare la componente psicologica che riesce a creare un bisogno nella mente dell’uomo per soddisfarlo successivamente.

Il carattere oneroso e persuasorio della pubblicità la riconduce alle tecniche di convincimento proprie della retorica di Aristotele e Cicerone: il guscio emotivo con cui la pubblicità circonda la verità sfrutta il potere della seduzione per attirare il consumatore verso la tela del consumismo.

Vance Packard, giornalista della Pennsylvania, nel libro I Persuasori Occulti cercò di fare luce sull’altra faccia dello specchio pubblicitario mettendone in luce il carattere manipolatorio e l’attacco all’inconscio. L’approccio psichiatrico della pubblicità viene utilizzato dalle aziende per comprendere le motivazioni più profonde della psiche del consumatore e sfruttarne le pulsioni rendendo la logica umana fallace laddove non lo è.

Dato che l’attenzione media di uno spettatore post-moderno è estremamente ridotta dalla possibilità di cambiare canale, una pubblicità deve saper essere accattivante ed esaustiva in pochissimo tempo: ricorrerà allora all’utilizzo di cliché, luoghi comuni e trend semantici che riescano a penetrare lo scetticismo del consumatore integrandosi nella loro quotidianità non come semplici beni di consumo ma come portatore di emozioni.

E così il fumo diventa ambasciatore di virilità e machismo; il cibo di vitalità e natura e l’automobile di prestigio e successo.

L’azione sovvertiva di una buona pubblicità sulla psiche umana si può paragonare alla trama del film Inception: l’innesto di un’idea nel subconscio di una vittima inconsapevole addormentata.

L’idea del bisogno, del consumo, dell’emulazione e dell’invidia per il materiale ipnotizzano il consumatore ricorrendo ai suoi impulsi primordiali di accettazione e comunità; la subliminale induzione al conformismo ed a modelli comportamentali in serie e ripetitivi ci trascina verso l’inesorabile regresso civile ed identitario.

Nessuno è più schiavo di chi si crede libero senza esserlo” diceva Goethe ne Le Affinità Elettive.
La nostra libertà perduta è quella di provare delle emozioni che non siano innestate dal sovraccarico cognitivo propinatoci quotidianamente dai mezzi di comunicazione di massa che ci rendono atoni sfruttando la razionalità limitata dell’uomo, trasformandoci in fenomeni di facciata; manichini da vetrina che si accontentano della superficie dello specchio ignorandone la profondità del riflesso.

Tuttavia l’appagamento sperimentato dopo l’acquisto di qualcosa di insignificante, basato meramente sulla coercizione sociale dell’apparire ci catapulta nella spirale del famelico eden consumistico; mentre, forse, dovremmo prendere esempi dai gatti che, davanti a migliaia di cucce, si accontentano della scatola.


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