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Il Consiglio europeo ha varato un pacchetto da 1.800 miliardi di euro volto a stimolare la ripresa economica de Vecchio Continente. Da dove viene il denaro? Come viene suddiviso? E chi controllerà la sua erogazione? Ecco una sintesi di quanto deciso a Bruxelles. E dei problemi all’orizzonte.

Il pacchetto complessivo è fatto di due parti: quello composto dal bilancio pluriennale Ue dal 2021 e quello del Recovery fund proposto dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Secondo il progetto, il bilancio Ue dovrà avere nei sette anni un volume pari a 1.074 miliardi di euro, da finanziare prevalentemente attraverso i contributi netti degli Stati membri dell’Unione. Il piano per la ripresa economica invece è pari a 750 miliardi di euro, ossia quanto proposto da Von der Leyen. Si tratta di 250 miliardi di euro in più rispetto alla proposta originaria presentata a metà maggio dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Emmanuel Macron.

Dei 750 miliardi euro previsti, 390 miliardi verranno erogati sotto forma di sovvenzioni, che non dovranno essere ripagati dai Paesi destinatari, mentre 360 miliardi di euro verranno distribuiti sotto forma di crediti. Il rapporto tra sovvenzioni e crediti in questo modo si è spostato, nel corso delle trattative, a danno delle sovvenzioni. Infatti, sia la Commissione che l’iniziativa franco-tedesca avevano proposto 500 miliardi in forma di sovvenzioni. Di contro, i Paesi cosiddetti “frugali” – ossia Olanda, Austria, Danimarca e Svezia, a cui durante il Consiglio si è aggiunta la Finlandia – hanno insistito a lungo sul fatto che dovessero essere previsti esclusivamente dei crediti. Alla fine su questo sono stati costretti a cedere.

Come verrà finanziato il Recuvery fund? Per la prima volta è prevista una forma di condivisione del debito. La Commissione europea a tale scopo può emettere titoli comuni sui mercati finanziari. Gli Stati membri non devono erogare soldi, ma solo esprimere una garanzia rispetto al fatto che nel caso di necessità sostengano i titoli. La Germania, per esempio, è garante per circa 200 miliardi di euro. Il debito complessivo di 750 miliardi di euro dovrà essere ripagato dall’Ue entro la fine del 2058, ma si inizierà a farlo ancora all’interno dell’attuale esercizio di bilancio settennale, ossia prima del 2028. Come questo debba accadere dipenderà essenzialmente da come si finanzia l’Ue: con maggiori contributi nazionali degli Stati membri, una riduzione di rispettivi bilanci oppure attraverso nuove fonti di reddito.

La condivisione del debito fa sì che la Commissione diventi il decisivo attore nella politica finanziaria dell’Ue. Inoltre, i mezzi previsti dal fondo vengono amministrati in modo diversi rispetto, per esempio, alle somme previste dal Mes (Meccanismo europeo di stabilità), che sottostà al controllo dei singoli Stati membri: né la Commissione, né l’Europarlamento vi hanno accesso. Al contrario, il Recovery fund soggiace alla legislazione Ue. Dato che è la Commissione ad ottenere nella sostanza il controllo sull’utilizzo degli aiuti, si ritiene che essa potrà diventare una specie di “tesoreria europea”, come da tempo richiede la Francia.

Ma come saranno suddivisi gli aiuti e le sovvenzioni? Il progetto originario del Recovery fund prevedeva che i 750 miliardi fluissero solo in parte nel pacchetto, il qualche doveva comprendere 560 miliardi di euro, di cui 310 miliardi da erogare sotto forma di sovvenzioni. Con il resto del denaro la Commissione intendeva finanziari piani specifici, per esempio a favore della difesa del clima e la ricapitalizzazione delle aziende più colpite dalla crisi. Questa struttura è stata modificata durante il Consiglio europeo: per il fondo volto alla ripresa sono previsti 672,5 miliardi, di cui 312,5 miliardi in sovvenzioni. Gli altri programmi sono stati tagliati, il fondo per le ricapitalizzazioni è stato cancellato del tutto. Questo fa sì che gli Stati destinatari nonostante il taglio delle sovvenzioni non otterranno meno soldi del previsto: la Francia, per esempio, otterrà circa 40 miliardi di euro, mentre i principali destinatari rimangono l’Italia, la Spagna e la Polonia. Il governo italiano ha calcolato che il nostro Paese otterrà 81 miliardi in sovvenzioni e 127 miliardi in crediti.

L’idea alla base del pacchetto non è solo quella di favorire il ritorno alla crescita economica dopo la crisi dovuta all’impatto della pandemia, ma anche quello di preparare i Paesi membri ad affrontare al meglio il futuro: una buona parte delle risorse, circa il 30%, sarà destinata per esempio alla difesa del clima, altre sono destinate alla digitalizzazione. A questo scopo i singoli Paesi Ue devono presentare dei piani di riforma in cui espongono come verranno utilizzati gli aiuti, dovendosi però orientare alle raccomandazioni date dalla Commissioni secondo le modalità previste dal semestre europeo: si tratta del procedimento regolare secondo il quale vengono coordinate le misure di politica economica dei Paesi Ue.

Tanti di noi si chiederanno in che misura gli Stati europei possono controllare le riforme degli Stati destinatari. In origine la Commissione intendeva controllare da sola i piani di riforma e l’erogazione degli aiuti previsti dal fondo. Ma questa idea è stata duramente contestata dall’Olanda, tanto che all’inizio del vertice il premier Mark Rutte aveva preteso il diritto di veto. Stando al compromesso passato alla fine dopo un negoziato durissimo, gli Stati sono chiamati ad accettare i vari piani di riforma in base alla maggioranza qualificata.

La Commissione propone che nel caso delle violazioni dello stato di diritto possano essere tagliati gli aiuti previsti dal Recovery fund, ma anche i mezzi previsti dall’Ue.

Infatti lo stanziamento dei fondi Ue è subordinato alla presentazione di un piano triennale (2021-2023) che l’Italia, come altri paesi nella sua stessa posizione, dovrà presentare entro l’autunno di quest’anno. Il Governo Conte, entro novembre, dovrà presentare il Recovery Plan nazionale.

Le richiesta avanzate dall’Ue nei confronti dell’Italia, le stesse di cui il Governo Conte dovrà tenere conto nel presentare il proprio Recovery Plan nazionale, sono precise, ovvero: procedere con una riforma della giustizia, una del fisco e una del lavoro. Altrettanto importante per la valutazione positiva, inoltre, “l’effettivo contributo alla transizione verde e digitale”.

Il piano triennale dovrà rispettare il più possibile le raccomandazioni arrivate da Bruxelles, poiché l’ok della Commissione dipenderà anche dal livello di coerenza che lo stesso presenterà nei confronti delle linee guida europee.

L’Unione europea non riconoscerà i 209 miliardi all’Italia subito. I fondi del Recovery Fund, come detto prima, verranno ripartiti nel triennio 2021-2023. Si prevede che il 70% delle risorse totali verrà stanziato nei primi due anni, mentre il restante 30% entro il 2023.


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