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L’uniformità, auspicata dalle multinazionali che desiderano consumatori identici in ogni parte del globo, non va bene in natura. Anzi, rappresenta un pericolo gravissimo. Sia nelle coltivazioni, sia negli allevamenti.

Il patrimonio di biodiversità costituito dalle risorse genetiche animali rappresenta – assicurano in Confagricoltura – un grande valore per la collettività e per le generazioni future, ma è molto spesso minacciato di erosione genetica o di estinzione a causa delle difficoltà che gli allevatori incontrano nel dare un remunerazione alla propria attività con l’ottenimento di prezzi adeguati sul mercato.

I moderni sistemi di allevamento si basano su modalità di produzione e di consumo standardizzati e a grande scala: ciò non solo ha portato a trattamenti ignobili degli animali, ma ha portato anche alla riduzione dei circuiti locali di commercializzazione e, di conseguenza, alla marginalizzazione di numerose produzioni zootecniche legate a uno specifico territorio.

Mantenere un’ampia base di variabilità genetica – proseguono in Confagricoltura -garantisce agli allevatori una “assicurazione” per il futuro contro possibili fattori sfavorevoli alle razze oggi maggiormente diffuse, per adattarsi a cambiamenti più o meno prevedibili nei sistemi produttivi, per fronteggiare nuove malattie, adeguarsi a tecniche di allevamento meno spinte o per adattarsi all’instabilità dei mercati.

Questo dovrebbe spingere per garantire la diversità genetica, per conservare le differenze razziali. Perdere una razza significa privarsi di una indispensabile materia prima per rispondere alle esigenze future. E’ importante incentivare la riscoperta e il mantenimento delle razze animali locali a limitata diffusione in virtù delle loro caratteristiche di rusticità e di adattabilità alle particolari condizioni pedoclimatiche dell’area di presenza e quale testimonianza degli usi e delle tradizioni della gente del luogo.

Un problema non solo economico ma anche culturale, sociale, ambientale. Per questo osteggiato dalle multinazionali che vogliono consumatori omogenei per consumi identici.

Il Secondo Rapporto FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) pubblicato il 27 gennaio 2016, sullo Stato delle Risorse Genetiche Animali del mondo per l’Alimentazione e l’Agricoltura riporta che il 17% (1458) delle specie animali domestiche sono a rischio estinzione, pericolo possibile anche per molte altre specie (58%), seppure non esistano dati precisi sulle dimensioni e sulla struttura delle loro popolazioni.
Tra il 2000 e il 2014 si sono estinte quasi cento razze di bestiame. Queste le cause principali: incroci indiscriminati di razze non autoctone, politiche e istituzioni che regolano il settore zootecnico deboli, declino dei tradizionali sistemi di produzione animale e abbandono delle razze ritenute non competitive.

La Fao evidenzia che la biodiversità fornisce agli agricoltori e ai pastori la possibilità di migliorare le loro razze. Questo permette di riuscire ad adattare le popolazioni di bestiame ad ambienti ed esigenze in fase di cambiamento. Per esempio, l’Organizzazione evidenzia la straordinaria resistenza della Yakutian, una razza bovina originaria della Russia che può vivere a temperature che raggiungono i -60 C°. Quando la FAO ha pubblicato la prima valutazione globale nel 2007, meno di 10 paesi avevano istituito una banca genetica. Oggi sono 64 e altri 41 paesi stanno progettando di istituirne una. Circa 177 Stati, inoltre, hanno nominato coordinatori nazionali e 78 hanno formato gruppi consultivi multilaterali per aiutare gli sforzi nazionali a gestire meglio le risorse genetiche animali.

L’elenco di tutte le razze allevate e censite nel mondo è reperibile all’indirizzo www.fao.org.

Photo credits by Maria Infantino


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